Il Foglio Clandestino
Aperiodico Ad Apparizione Aleatoria



Poeti festivi, poeti feriali…

Je suis un écrivain qui n’écrit pas.
(E. M. Cioran, Cahiers, Paris, Gallimard, p. 36.)

Intervengo nel dibattito aperto da Daltin, da Patti e dopo la lettura della nota di Gavioli a "Nienteguerre", nel tentativo di raccogliere le idee a proposito dello sconforto redazionale di fronte ai frutti del dilettantismo poetico.

Non credo sia il caso di scomodare la saggezza orientale invocando gli ideali di aprapti (non attaccamento) e anavarana (non rifiuto) - ognuno cerchi la saggezza da sé, dove può. Ma questo sconforto va lenito. Vorrei esortarvi a non lasciarvi sopraffare dal disgusto, ed a invitarvi a lasciar riposare un attimo i vostri occhi dopo aver guardato il sole degli autori preferiti, prima di mettersi a guardare le carte della cassettina della posta in arrivo…

Qual è lo specifico de Il Foglio Clandestino? Da dove deriva quel piacere di aprire quella busta bianca dal lembo precollato, dopo averla trovata (quando la si trova…) nella cassetta della posta? Dal fatto che è, appunto, di carta, e non di cellophane; dal fatto che reca nel sottotitolo il nome caro di Pessoa; dal fatto – per quanto mi riguarda – nel ritrovare quella ormai consueta paginetta dai Cahiers di Cioran. Esiste una comunanza, un sentire comune che si aggrega intorno ad alcuni autori, una stabilità di un piede che ci consente di fare un passo con l’altro e sbilanciarci verso autori che non conosciamo, che pessime memorie di critica letteraria scolastica ci inducono a definire "minori", ma solo perché sconosciuti al "grande pubblico". Chi se ne frega del pubblico ("grande", poi…)? Senza Il Foglio Clandestino, ad esempio, molti non avrebbero mai conosciuto Peter Russell, e trovo unico nel panorama editoriale, dal mio modesto osservatorio, che una rivista faccia questo. Qual è il problema di pubblicare, oltre agli autori "maggiori" e "minori", anche i testi di qualcuno che di mestiere lavora al Catasto (fatti salvi tutti i diritti del redattore, compresi quelli relativi al suo senso del bello e del brutto – e con la dovuta ammissione che, ogni tanto, qualcuno dei testi pubblicati non piace neanche a me)? Chi l’ha detto che la domenica non sia un giorno indicato per scrivere poesie? Non vendiamo tutti quanti, per vivere, armi a Menelik? Ognuno di noi non ha forse la sua rua dos Douradores?

Poeta a vent’anni, come tutti, sono passato anch’io per la trafila della pubblicazione con "contributo alle spese", prima di aver colto un barlume di intuizione sul posto che il silenzio occupa nella nostra esistenza. Personalmente, ripenso spesso all’idea – giovanile, non so – che anche uno sputo su un vetro è poesia. Altro che bello e brutto… Basta spingersi oltre la carta, pur con tutto l’amore, materico, che abbiamo per essa. Basta spingere oltre la poetica, verso il sentire poetico, il lampo di un istante. Sì, ha ragione Patti, la poesia va (dapprima) vissuta. E io, per sovrappiù, aggiungerei che la poesia è solo quella vissuta (opinione personale, ovviamente). Che senso può avere oggi (apriamo le finestre e guardiamo giù in strada…) dirsi "poeta"? E, di grazia, come si fa a giudicare l’"autenticità" di un poeta? Chi laurea i poeti "laureati"? L’Università (ma via…)? Le classifiche di vendita (ma bravi…)? Il Maurizio Costanzo Show (ma fatemi il piacere…)? Il giudizio dei lettori (qualunque cosa sia, chiunque essi siano)?

Incontriamoci, la prossima volta che passate in Toscana, e venite a trovarmi. Dopo pranzo, vi proporrò una visita dell’ex Ospedale Psichiatrico di Volterra, quello che ha ospitato anche Dino Campana; niente di particolare, solo vecchie mura cadenti, se non fosse per una sosta che faremo al Padiglione Ferri, in silenzio, davanti ai muri graffiti da NOF4 – Nannetti Oreste Fernando (Cfr.: Ricordare l'impossibile - la densa follia dell'arte); riporteremo alla memoria le parole di Jean Dubuffet («La vera arte è sempre là ove non la si attende. Là ove nessuno pensa a lei, né pronuncia il suo nome»), e forse avremo un’insight del silenzio più profonda di quanto riesco a esprimere. A parole.

Chi debba poi andare a raccontarlo alla professoressa Tarantini Bettelli, questo è un altro discorso…

Massimo Barbaro

 

*Massimo Barbaro è nato a Taranto nel 1962.
Ha studiato Scienze Politiche a Bari e in Lussemburgo. Ha vissuto a Brindisi e nei pressi di Bruxelles, occupandosi di traduzioni, di formazione professionale, di tutela ambientale e di gestione aziendale. Attualmente vive presso Volterra, dove svolge l’attività di consulente giuridico.
Ha pubblicato poesie e articoli su riviste ed un libro di poesie dal titolo
Il silenzio interrotto, per poi ritornare a tacere.
Tra i suoi interessi: la filosofia contemporanea europea e quelle orientali, le arti visive e digitali, la musica elettronica.


Chiunque fosse interessato a contribuire al dibattito avviato, o volesse
proporre nuovi temi, può contattare la redazione via mail, grazie.
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