
Numero nove - marzo 1995
Considerazioni sulla poesia
di Nicola Sguera
La poesia in Italia è un genere di scrittura
postumo, ha scritto Giulio Ferroni. Se la vitalità di unarte si valuta
anche in base alla sua circolazione, la poesia non esiste più: «Poche altre pratiche
culturali (come la poesia) hanno conosciuto, insieme ad una frequentazione tanto fitta,
una marginalizzazione altrettanto forte» (Franco Brevini, Un popolo di poeti, «La
rivista dei libri», aprile 1993). È bene ripeterlo: a fronte del milione di
scrittori (occasionali e non) di poesia, ci sono solo mille lettori abituali di libri di
poesia (e parliamo di autori affermati, potenziali Nobel per la letteratura). Questo per
una certa igiene mentale.
Quali sono le cause di questa situazione? Prima di tutto
levolversi del mondo della comunicazione, con nuove esigenze di consumo
culturale che possono essere soddisfatte facilmente da altre forme darte
che vanno a soddisfare esigenze diverse: il piacere dellaffabulazione, la gioia di
ascoltare storie, il desiderio di assimilare nozioni (storiche, filosofiche, ecc.). La
narrativa e il cinema si prestano molto meglio a soddisfare queste attese, dato che sono
potenzialmente contenitori onnicomprensivi (pensiamo in particolare alla forma romanzo
novecentesca totalizzante: la Recherche di Proust e lUlisse di Joyce).
La poesia, di contro, è andata sempre più specializzandosi, quasi che
la nascita di nuovi generi la spingesse nellangolo del frammento, della
forma breve e pura. I primi teorici di una poesia di questo tipo furono,
nellOttocento, Edgar Allan Poe e Stephan Mallarmé. Nasce lidea di una
poesia pura. Gradualmente la poesia perde la dimensione narrativa, quella
storica, filosofica. Il compimento di questa tendenza è, ovviamente, graduale. Nel corso
del Novecento si afferma definitivamente: lermetismo in Italia ne è
lespressione più limpida. A livello critico le correnti che hanno dominato, anche
nelle Università, lo strutturalismo e il decostruzionismo di matrice heideggeriana, hanno
riproposto lidea di una poesia come luogo a parte dellesperienza
umana.
Cè un libro (anche se ora può apparire un po invecchiato)
che in maniera molto chiara ha cercato di spiegare il perché di questa evoluzione: è La
struttura della lirica moderna di Hugo Friedrich.
Vi leggiamo che «la lirica moderna pone alla lingua il compito
paradossale di esprimere e al tempo stesso celare un significato. Loscurità è
divenuta un principio estetico universale. È essa che stacca così la poesia dalla
normale funzione di comunicazione della lingua, per tenerla librata in una sfera in cui
essa può più allontanarsi che avvicinarsi» (p. 187). Questa scelta viene poi
esemplificata attraverso un ampia scelta di testi da Rimbaud a Guillen, da Saint John
Perse a Ungaretti. Ma che cosa è successo nella cultura europea alla metà
dellOttocento? Che cosa ha spinto i poeti, sempre più consapevolmente, a recidere
il legame con il proprio pubblico? Per capirlo dobbiamo ricorrere ad un altro contributo
critico di grande rilievo. George Steiner ha scritto che, a partire dal 1870 circa,
avviene una delle poche rivoluzioni della storia umana: la rottura del patto millenario
fra Logos e Cosmos, tra parola e mondo:
«Liberato dalla schiavitù della rappresentazione, purgato dalle
menzogne, dalle imprecisioni e dalle scorie utilitarie che questa schiavitù comportava,
il mondo della parola può, attraverso la poesia e la poetica del pensiero in
filosofia, riconquistare la sua magica infinità formale e categoriale» (p. 99).
Dunque, questo è accaduto. È iniziato un viaggio della poesia verso
luoghi sempre più indicibili, fino allineffabilità, al silenzio, fino alla fuga di
Rimbaud in Africa. Quello è lapprodo simbolico (che però paradossalmente coincide
quasi con linizio stesso del viaggio): «loceano di silenzio». Se
si accetta questo paradigma che è alla base di una parte sostanziale (quella vincente
nelle antologie, nella mentalità comune e nella pratica dei poeti in erba) della poesia
moderna:
«Poche altre volte era accaduto che la poesia tematizzasse con
altrettanta oltranza la sua condizione solipsistica. I versi che si producono sono di
solito lontani anni luce dallesperienza della gente, sembrano fatti apposta per
respingere il lettore, per non accompagnarlo nel suo quotidiano [...].
Come può una poesia, che sembra prendere norma esclusivamente dal
proprio interno, che ha addirittura programmato la propria illeggibilità, che a forza di
scarti dallo standard e di estraniazione è approdata allopacità e alla
incomunicabilità, come può tale poesia lamentare lindifferenza del pubblico? Il
grido di dolore si accompagna alla frantumazione dei linguaggi, alla disseminazione
dellio, alle violenze anticomunicative cui ci hanno abituato centanni di
modernità [...].
Quella dei poeti, come quella di molti artisti, sembra essere,
soprattutto nei paesi avanzati, unavventura sempre più avvitata su se stessa,
incapace di trovare una via alla realtà, al mondo di tutti [...]. Questa vistosa
esperienza di scollamento, lungi dallessere vissuta infelicemente dal poeta, è
sovente interpretata come una conferma del proprio valore [...]» (Franco Brevini, art.
cit.).
Ma cè unaltra linea che corre parallela a questa, che noi
proviamo ad indicare e ad additare come modello, per uscire dalle secche del
dopoParola, per poter ricominciare a dire (tutto). Questa
linea novecentesca, per quanto riguarda lItalia, possiamo vederla in poeti come
Clemente Rebora, in Umberto Saba, in Sandro Penna, in Giorgio Caproni, in Pier Paolo
Pasolini, in Franco Fortini, e altri ancora, con tutta la diversità delle loro proposte.
Alfonso Berardinelli (a cui dobbiamo gran parte di queste
considerazioni), scrivendo la postfazione al libro di Friedrich, indicava una linea
alternativa a quella orficoermetizzante, che comprendeva poeti come Brecht, Vallejo,
Williams, Machado, Blok, Stevens e molti altri. Che cosa accomuna questa poesia? La non
preclusione a dire tutto ciò che riguarda lesperienza umana.
Laltro merito di Berardinelli è quello di aver individuato la
scelta preferenziale della poesia novecentesca per la lirica, intesa come
«voce del poeta che parla a se stesso, cioè a nessuno» (Eliot). Questo a discapito
della contaminazione dei linguaggi, della drammatizzazione della lirica, ecc.
Se guardiamo alle origini della poesia europea, vedremo che cè
già questa contrapposizione che dominerà lo svolgimento successivo: quella tra Dante e
Petrarca. Il primo è il poeta che scrive unopera enciclopedica, narrativa,
drammatica (nel senso in cui Bachtin interpreta Dostoevskij: fa esistere dei
personaggi autonomi dallautore), plurilinguistica (rinunciando per questo anche alla
bella teorica del volgare illustre!). Petrarca, al contrario, crea una prima
forma di poesia pura, monotematica, senza personaggi reali, linguisticamente cristallina.
È scontato dire che la tradizione vincente in tutta la cultura occidentale è stata
quella petrarchesca, per motivi che hanno anche a che fare con il servilismo innato di
molti artisti.
Veniamo allItalia di oggi. Penso che esista una tradizione, dei
modelli, che ci consentano di rompere quellisolamento della poesia dal suo pubblico
che oggi viene accettato come un destino. Penso che esistano poeti che già stanno
lavorando in questa direzione da molti anni (faccio solo i nomi di Bertolucci e Giudici).
Penso che anche un recupero di forme riconoscibili (non necessariamente rigide, ma, per
esempio, come la rima di Caproni o la quartina di Gianni DElia), che ha una valore
di mediazione tra la soggettività del poeta e la comunità di lettori a cui si rivolge.
Penso, infine, che bisogna, in qualche modo, darsi al proprio tempo, per quanto non possa
farci piacere, secondo un memorabile aforisma di Walter Benjamin. Contro il cattivo
idealismo di tanta poesia, in nome di un realismo dantesco.
In Italia sono stati pochissimi i tentativi di creare una poesia con
queste caratteristiche: possiamo ricordare il Romanticismo italiano (come è delineato in
alcuni dei principali manifesti poetici: Berchet, Borsieri, ecc., e come fu concretamente
praticato da Manzoni). Nel Novecento un gruppo di poetiintellettuali ha riproposto
questa pratica poetica: era il gruppo di Officina, rivista bolognese che durò
appena quattro anni (19551959) dove si incontrarono Pasolini, Fortini, Leonetti,
Scalia, Roversi e Angelo Romanò, che scriveva:
«Il solo modo di restituire alla nostra tradizione poetica
quellefficacia culturale che solo raramente ha manifestato, dovrebbe consistere nel
definirne e nel rimettere in circolazione i valori preestetici ed
extraestetici».
Tutto il gruppo di Officina nella pratica poetica e critica ha
cercato di tendere a questo obiettivo, con la consapevolezza (politica) che non
esiste una sfera estetica separata.
Lo so che può apparire una piccola estetica normativa, ma il rischio
va affrontato. Come possiamo chiudere gli occhi di fronte allorrore che è oggi il
mondo? Non abbiamo il dovere (di fronte ad un Dio che è, ahimè, solo la nostra
coscienza) di profondere ogni sforzo per descriverlo, prima di tutto, nella sua
brutalità, e poi per indicare prospettive, utopie, terre promesse, che altri realizzerà
con mezzi diversi? Io penso che lutopia, la memoria, la testimonianza possono
trovare nella poesia (oggi luogo dellinattualità, come queste tre cose) il rifugio.
Se, come dice San Paolo nellEpistola ai Romani, la terra geme nelle doglie
del parto, la poesia è voce di questa sofferenza che annuncia da sempre e per
sempre una vita nuova per lintero genere umano.
La poesia deve diventare il luogo di questa ricerca, non la grancassa
di un sistema teorico già definito, ma il luogo privilegiato della contraddizione, dove
passione e ideologia, corpo e intelletto, individuo e società si scontrano. Non so qual
è la strada. Ma so che allorigine di questa altra tradizione (lo ripeto) cè
Dante e non Petrarca, cè una lingua ricca e contaminata, non un levigato e
raffinato linguaggio per anime belle, cè la Storia e non la storia di
unanima.
Penso che nel momento della fruizione si possa intervenire attraverso
una mediazione critica intelligente:
«Prendere sul serio un poeta significa ricordare che la poesia,
essendo unespressione, una cosa è sempre il frutto di una scelta, quindi di una
infelicità, di una privazione; è il documento di qualcosa che non ha saputo o potuto
prendere altre vie despressione [...], esattamente comè di qualsiasi altra
espressione (azione, pensiero, ecc.). E allora leggere veramente una poesia significherà
sviluppare tutte le energie [...], che agiranno certo in una segreta sfera morale, ma non
tanto segreta che non ne sorgano determinazioni e azioni, anche politiche.
Prendere sul serio i poeti significa non tradire quello che è stato,
nelle loro biografie, il più ardente loro desiderio: che quanto essi non avevano saputo o
potuto fare, amare, sapere nella loro vita terrestre si realizzasse. Perché un vero
poeta non vuol generare scuole di poeti» [corsivo mio].
Queste sono parole che Franco Fortini scriveva sul Politecnico
nellimmediato dopoguerra.
Allora scegliamo questa tradizione. Perché la storia «non passa la
mano» e ogni generazione ha le sue colpe. Se noi apriremo la strada ad un nuovo fascismo
o a qualcosa di peggiore, che gli anni 80 hanno solo annunciato, non ci salveranno
le belle poesie damore e dintrospezione che avremo scritte:
«Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?»
(Bertolt Brecht, Nei tempi oscuri)
Nicola Sguera, oltre ad essere un amico, fa
parte della redazione de La Rosa Necessaria, rivista di poesia con la quale siamo
in contatto da qualche tempo. Speriamo che questo interessante intervento possa
risvegliare un dibattito costruttivo tra i nostri collaboratori e lettori.
_____________
Bibliografia
Tra i testi citati:
Hugo Friedrich, La struttura della lirica moderna,
Garzanti, 1983.
George Steiner, Vere presenze, Garzanti, 1993.
Chi volesse approfondire il discorso su Officina può consultare
il bellissimo libro di G. Ferretti, Officina. Cultura, letteratura e politica negli
anni cinquanta, Einaudi, 1975.
Limpostazione del mio discorso è dovuta quasi per intero alla
lettura della poesia moderna di Alfonso Berardinelli, di cui si possono leggere Tra il
libro e la vita (BollatiBoringhieri, 1990) e il recente La poesia verso la
prosa (BollatiBoringhieri, 1994).
|