Il Foglio Clandestino
Aperiodico Ad Apparizione Aleatoria

Numero cinquanta - maggio/luglio 2003

 

A fil di penna

                           ... E I LETTORI?

 

Rispondo all’editoriale dell’amico Gilberto Gavioli (‘Considerazione senza deferenza’, Il Foglio Clandestino, n. 48, gennaio 2003) affermando subito che secondo me, invece, si deve parlare, eccome, di differenza tra poeti per hobby e poeti veri. La definizione "poeti professionisti" non mi aggrada e non può d’altronde rientrare nell’ottica del nostro discorso; è una contradictio in termini, poiché l’arte non dà pane ecc., e chi è arrivato veramente a vendere le sue poesie c’è riuscito solo perché è un Grande. Altri Grandi rimangono tagliati fuori dal mercato, d’accordo, ma ciò vale anche per romanzieri, musicisti e quant’altro.

Nel suo editoriale, Gavioli scrive: «Potersi dedicare alla scrittura poetica con uno spirito da dopolavoro […] ci pare improponibile, assurdo per le implicazioni che la dedizione alla poesia comporta». Ecco, appunto. Ma aggiungerei questo: poeti lo si nasce, così come si nasce buddhisti. Senza la sensibilità necessaria, senza una certa visione del mondo non si può essere poeti né sulla carta né nella vita.

L’origine greca del termine "poesia" – poiésis – significava produzione, creazione, veicolata da un autore che parlava in nome della divinità:

Canta, o dea, l’ira d’Achille Pelide,
rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei...

Occorre... l’afflato divino.

Si può considerare "far poesia" il semplice gesto di prendere una penna e allineare delle parole (belle o brutte che siano) su un foglio di carta? Evidentemente no, perché allora anche scrivere una lettera al commercialista (ammesso che si vada spesso a capo e si usino figure retoriche adeguate) sarebbe poesia.

Qualche tempo fa, un mio amico scrittore – e anche lui "verseggiatore" – mi cacciò tra le mani un voluminoso fascio di fogli. Erano i contributi dei partecipanti a un’edizione di un premio di poesia che si svolge annualmente in una nota cittadina veneta. L’amico era stato chiamato a far parte della giuria. – Leggi! – mi esortò. – E prova a indovinare quale è stata premiata.

Ancora oggi ho il sospetto che avesse voluto soltanto liberarsi di quell’ingombro usando me, per così dire, come discarica umana. Tuttavia, presi a sfogliare l’ammasso di carta (erano migliaia di pagine!) animato da forte curiosità. Fin da subito mi resi conto che quasi tutte le composizioni erano di cosiddetti "poeti per hobby". Molte le ingenuità e quasi altrettanti gli errori di sintassi. Ribrezzo e fascino si alternarono durante la lettura. Ovviamente, il tema maggiormente trattato era l’amore: quasi esclusivamente in rima. Odi astratte all’amante, alla madre, al cane... e concretissimi sfoghi (quasi delle invettive) di chi era stato tradito e abbandonato. Il reale, il sociale non era tenuto in conto e ciò può anche andar bene; ma i versi mancavano di musicalità e, soprattutto, mi colpì la quasi totale ignoranza della metrica, nonché l’assenza di forme classiche, a parte qualche sparuto sonetto in quartine con schema ABAB o simili.

Potei immaginare benissimo il tormento (qua e là punteggiato da scoppi di risa) dei poveri giurati. Alla fine, estrassi cinque o sei componimenti che risaltavano per un minimo di ricerca semantica e di riflessione filosofica e, guarda caso, l’amico mi rivelò che tra di essi c’era il lavoro premiato. Il mio piccolo successo non ebbe tuttavia l’effetto di farmi ricredere sull’inutilità dei premi letterari; tutt’altro... Io, delle sei "finaliste" avrei scelta un’altra.

Non è detto che si possa definire "poesia" solo un componimento che rispetta determinate regole metriche (in questo modo ci macchieremmo della colpa di tagliare fuori quasi tutta la produzione del Novecento!), ma in uno "scrittore di versi" non deve mai venir meno la facoltà di saper raccogliere impressioni e riuscire a trasformarle in espressione; ovvero: realizzare il passaggio dal particolare all’universale.

Secondo me, giudicando un poeta non bisogna mai essere teneri o cauti con lui. O lo si avversa con rudezza o lo si approva con adesione totale.

«... in poesia vigono la libertà e la pluralità estreme...» E guai se fosse altrimenti! Certo, pubblichiamoli pure, i nostri "poeti minimi" o "emergenti" non ancora assurti al Parnaso. Ma solo quelli autentici, che la poesia la sentono; quelli che la poesia non solo la producono, ma che la vivono. In fondo, bisogna anche tutelare i già tanto bistrattati lettori.

Peter Patti

 

Peter Patti è nato a Palermo. Vive in Germania dal 1980. Traduce dall’inglese e dal tedesco. Ama la letteratura anglosassone e il progressive rock. Collabora con varie riviste italiane, tedesche, inglesi e statunitensi, dove pubblica racconti, novelle e critiche letterarie.
Nel 1999 ha creato franc‘O’brain, suo alter ego, tramite cui interagisce con gli ambienti del cyberpunk e della fantascienza.


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