Numero quarantasette - novembre 2002

A fil di penna  

… ma una volta concesso spazio a tali interventi, si dovrebbe avere la correttezza di pubblicare anche le repliche sull'argomento giunte da altri lettori, che hanno gli stessi diritti e pari rilevanza letteraria della signora bolognese.
La rivista «Poesia» non ha concesso a nessuno di rispondere, riteniamo scorrettamente. Quindi...


DELLA REPLICA CENSURATA


Salve,
    leggo, purtroppo tra le vostre pagine, a cui spesso non manca almeno l'eleganza, la terrificante lettera di una tale signora Tarantini Bettelli di Bologna, ospitata sul numero 166 del novembre 2002. Il tema dell'intervento era la questione della poesia di Quasimodo non riconosciuta dalla giuria di un premio presieduto da Pedullà. Le tesi della suddetta signora, che credo voi sposiate visto lo spazio concessole, sono sconcertanti.
Innanzitutto, a suo parere, la poesia se non si trova nelle antologie scolastiche, non viene trattata in corsi monografici o nelle tesi di laurea, non si può conoscere. Non le viene nemmeno in mente che i giurati di un premio letterario, dovrebbero almeno aver letto qualche libro di poesia. Per quanto poco considerato Quasimodo rimane pur sempre un premio Nobel! Ma, dimenticavo, i giurati sono impegnati a distinguere "il bello dal brutto", mi pare un compito già gravoso; non si può pretendere che leggano anche le opere da premiare!
Naturalmente la signora Tarantini Bettelli si spinge oltre nella sua "analisi". Afferma, infatti, che i premi letterari sono l'unico modo offerto agli autori per farsi conoscere dal pubblico, anzi da una "fettina" di pubblico, come scrive. E qui, per quanto lodi la vostra rivista («Poesia»), in effetti la spregia quando afferma: «Non c'è altro mezzo». Quindi lo sforzo delle riviste letterarie, delle piccole case editrici è ancora più inutile di quanto già non sia: la salvezza e la gloria dei poeti ancora sconosciuti sono racchiuse solo nei premi letterari…
Infine, si arriva al passaggio più tragicomico della lettera. Ella, a spada tratta, si oppone all'affermazione di Pedullà sugli "scrittori della domenica", peraltro un vecchio problema (ma è anche vero che i giurati dei premi, in che modo incrementerebbero il numero dei loro gettoni di presenza senza questi dilettanti letterari). La Tarantini può testimoniare (forse perché compresa in tale Olimpo letterario) che oltre a questi, esiste un buon 30% di poeti veri, e che diamine!
E come si riconoscono i poeti genuini e meritevoli? Ma è semplice. O hanno una laurea o sono insegnanti. Non solo, sono addirittura i critici più severi delle loro opere. E qui siamo alla perfezione degli scrittori e alla pura imbecillità delle argomentazioni! Naturalmente non è necessario essere laureati in lettere, basta uno qualsiasi dei famosi e sudati pezzi di carta.
Invochiamo, per finire, anche noi la peste manzoniana…

Un saluto.


                                                                                                                                      Gilberto Gavioli

 

               

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