30- maggio/luglio 99

 

Numero trenta - maggio/luglio 1999

A fil di penna  

DELL'OMICIDIO POLITICO DEI POETI

 

  «Arriveranno i fiori del sangue / baraccia mia tieniti forte»: questi sono i versi con i quali Din Mehmeti, poeta di lingua albanese, aveva previsto la propria fine. Infatti, è stato assassinato a Pristina, in Kosovo, dalla polizia serba il 29 marzo di quest’anno. Tra i quotidiani italiani che ne hanno dato notizia, il più sensibile c’è sembrato senz’altro «La Stampa» di Torino che il giorno dopo ha ricordato l’accaduto in due pezzi di Mario Baudino (Fate tacere i poeti) e di Nico Orengo (In morte di un poeta); l’omicidio del poeta albanese è stato pio ricordato, sempre sullo stesso giornale, il 2 aprile in un articolo di Igor Man (Mani terroriste).

Il motivo per il quale, a distanza di qualche mese, vogliamo ricordare Din Mehmeti è fare una breve riflessione sull’indiscutibile constatazione che in ogni rivoluzione e in ogni totalitarismo tra i primi ad essere perseguitati e uccisi sono proprio i poeti. Questo, negli articoli sopra citati, viene messo efficacemente in evidenza. Ci piace allora citare, a questo proposito, un notissimo aforsma di Percy Bysshe Shelley, da noi pubblicato nello scorso n. 27 (novembre 1998): «I poeti sono i legislatori non riconosciuti del mondo». E, come ha scritto Baudino, le rivoluzioni, i dittatori e i tagliagole se ne ricordano sempre e li uccidono. Nella lista degli oppositori da eliminare, tra i nomi dei più temibili scrivono anche quelli dei poeti. Conoscono la pericolosità dei versi che dicono la verità, spesso scomoda, e che rifuggono dall’omaggio e dall’esaltazione delle idee dei «Pre-potenti». Certo, ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre i cosiddetti «cantori di regime», ma la loro opera non vale nemmeno la carta su cui è stampata.

Nei tempi di barbarie politica e civile, ad essere veramente «poeta» c’è poco da guadagnare e molto da rimettere. Chi canta la libertà, il futuro, l’utopia è molto, troppo pericoloso. E già, perché «il poeta scrive per tutti» afferma Mario Luzi nell’intervista pubblicata sempre sul n. 27 della nostra rivista. L’elenco dei poeti uccisi è, perciò, lunghissimo e sicuramente non è purtroppo terminato con Din Mehmeti. Per citarne qualcuno del passato anche non remoto, Andrea Chenier fu ghigliottinato durante il Terrore, García Lorca fu fucilato dai franchisti e Mandel’stam sparì in un gulag di Stalin, Victor Jara fu torturato e ucciso nel Cile di Pinochet. E la strage continua ai giorni nostri, In Iran, in Congo, in Nigeria…

Ci siamo limitati a parlare solo dei poeti. Se invece ci riferissimo anche agli scrittori, il numero degli omicidi sarebbe ancora più folto. Per riflettere su questo, basta leggere l’intervento di Eraldo Affinati su «Effe» n., 199??? Oppure guardare per un attimo la mappa, proposta dalla stessa rivista (n. 12, 1999) dal titolo eloquente: Un mondo di scrittori perseguitati. Approssimativamente sono circa duecento: sono solo quelli di cui abbiamo sicura notizia. Degli altri, di quelli che sono in carcere, che sono impazziti, che si sono lasciati morire volontariamente o che sono stati "suicidati", non c’è traccia, o quasi…

Questo "quasi" è, alla lunga, però decisivo: i regimi – la storia lo insegna – passano di moda e le violenze sono condannate ad essere sconfitte, i corpi si dissolvono, ma la voce dei poeti e degli scrittori, no. Costituisce il fantasma più ossessivo nella mente dei «pre-potenti».

 

 La Redazione

 

           

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