29- marzo 99

 

Numero ventinove - marzo 1999

 

Ramón Gomez de la Serna
‘Senos’

(spicilegio)

di Orio Vergani

 

Ecco il capolavoro di Ramón, di questo matematico del paragone e della analogia. Esistono le cifre arabe, esistono le cifre romane. Si può dire che esiste la cifra ramoniana. I calcoli meravigliosi sono raccolti in questi mille problemi risolti intorno ai seni. La dimostrazione corre via facile, sulla lavagna.

Se in molte altre opere lo stile raggiunge quasi l’aspetto di una monomania, di una idea fissa, di una ostinata allucinazione, di un bavardage da delirio assennato e metodico ma ugualmente febbrile, nei Senos la felicità, il giuoco, lo spasso dominano in ogni riga. Ecco un libro calibrato alla perfezione, ecco, nella sua maniera, una cosa che si potrebbe chiamare il più pesante della poesia e che va più in alto della poesia.

Questo libro è unico al mondo. È una sfida alla Lindbergh. Gli dei lo hanno assistito. Poteva naufragare catastroficamente: essere sciocco, vuoto, sgonfiato, penoso, fiacco e impudico. Il tema era il più rovinoso e il più arrischiato. Si giocava sulla terrazza che si sporge pericolante sulla fogna dell’erotismo ginnasiale. Poteva incancrenirsi la materia, appunto come un seno percosso. Poteva rimanere un esercizio sterile di tattilismo letterario, di sottinteso sessuale, di pornografia estetizzante. Doveva avere, quest’opera, la delicatezza che è la maestra dei grandi amori: e non la brutalità che è la portiera delle brevi passioni. Poteva, altrimenti, essere affaticante come la lussuria, snervante come l’ossessione erotica, noiosa come un amore che non si può corrispondere, urtante come un esibizionismo.

Soltanto un miracolo ha salvato per trecento pagine Ramón da tutti questi pericoli. Ecco un esempio di miracolo profano. Come gli indovini della Persia vedono, nella sfera di cristallo, l’avvenire di chi li interroga, Ramón ha visto, nelle mezze sfere dolci morbide e impenetrabili dei seni, i caratteri del mondo, le follie, le melanconie, i sogni, le ossessioni, gli amori, i misteri, le tragedie ironiche, i giuochi dell’immaginazione, le ridde delle analogie, il più grande e più inutile problema plastico del creato. Quest’uomo, innanzi al quale, indubbiamente, anche le statue marmoree debbono ormai celarsi con la mano il seno come la Vergine dei Medici, ha scoperto mille e uno misteri, a catena, senza fatica, senza doppio pensiero, con gli accostamenti più impreveduti, con la fantasia più elastica, con l’immaginazione più desta che fosse possibile concepire.

Il più grande colloquio tra un poeta e i seni si è svolto così, in quest’opera lieve come una epidermide femminile, profonda come una melanconia di innamorato, casta come la forma intatta. E nata da una felicità che non si è poi mai ripetuta.

La serenata aveva avuto la sua notte di stelle perfette, il suo profumo di primavera risvegliata, la sua finestra dove, in silenzio, ascoltava la donna più bella e più misteriosa del mondo.

 

 

Ramón Gomez de la Serna: Seni

PROLOGO

 

È questo un libro scritto alla meglio, giocando con codesti brevi avori dei seni con un certo malabarismo allegro, giocando con essi nello stile, modellandoli nella parola e nella fantasia come nella lor ceramica adatta e ideale. Forse lo stile del libro avrebbe potuto esser più lambiccato, più distillato; ma nella vita si ha sempre fretta, e anche quando si è impiegato molto tempo a scrivere le nostre note e a pensare i temi che si devono svolgere, ci coglie l’ora della pubblicazione con una malsana premura. Come più leggiadri avrebbero potuto divenire i seni dello stile, a quale varietà si sarebbe potuto condurli! Li vedo, li assaggio, li tocco, mi sarebbe piaciuto molto di costruirli, di farli venir fuori più rifiniti e più veri; ma forse mi sarebbe sfuggito così il momento di pubblicarli.

Almeno c’è sufficiente sincerità e abbastanza scioltezza per mitigare un poco la sete dei seni, sete che non mitigano i seni reali, che potrebbe mitigare qualche cosa tuttavia mancante in quest’opera, ma che essa indica; qualche cosa che potrebbe chiamarsi «la quadratura dei seni». Quale calma la nostra il giorno in cui si potrà risolvere «la quadratura dei seni»! Come dai seni ci sentiremmo sbarazzati se potessero venir risolti dallo stile, dalla divagazione e dalle formule della fantasia!

Questo non è un libro pornografico. Non v’è in esso protervia, ma serenità, serenità sensibile e una tranquilla e sorridente meditazione dinanzi allo spettacolo dei numerosi seni che si vedono nei giardini della vita. Vi sono in esso le più pure depravazioni, le depravazioni nobili con le quali si guarisce dalla depravazione, quelle che sono servite di avviamento alla luce. Al suo termine si espia perfino il peccato d’essersi dilettati soverchiamente, sì che lo spirito ne esce purificato, drammatico e problematico.

I seni son quanto di più plastico si trovi nei segreti dell’uomo, ed è ciò ch’io voglio esprimere e divulgare con accanimento. Gli uomini forse si son sempre mossi fuori dal momento di sintetizzarsi in qualche seno, stando in attesa di questo seno; e anche quando se ne son dimenticati come sonnambuli si son mossi verso lo svago dei seni. Nei due emisferi che sono i seni, vana appare la sfera terrestre. Maledetta sia la madre di coloro che abbominano il nudo ipocritamente, la madre che si denudò in cospetto del loro padre e la cui nudità fu la molla della loro nascita.

Ho raccolto i sorrisetti minuti, i tumulti e le ebbrezze che i seni promuovono, le cecità che cagionano, le fantasie che suggeriscono e i nonnulla che ispirano le loro bolle di sapone.

Chiediamo al Signore che ci offra codesto frutto, così come si chiede il pane nostro quotidiano, e imploriamolo che non ce ne privi in paradiso, poiché se «l’altro» frutto è acre, questo è mistico.

O seni, bacche sugose, polpose e piene, sebbene non commestibili e senza un termine in cui il sapore si esaurisca!

Tanto definitivi sono i seni, che quando pensiamo alla terra come se fossimo morti, come se fossimo stati definitivamente spoppati, quando di già entriamo nello stato nel quale non si può più aspirare a toccar dei seni, ciò che più immaginiamo che faranno gli altri, coloro che rimangono, è ch’essi «giocano con i seni».

Questo libro è iconosclasta, strappa i seni, li spezza; però li maneggia e gioca con essi prima di romperli e dopo averli rotti, e torna a metterne insieme i pezzi, ma ormai corrotti dalle loro pretese incorreggibili, dal loro aspetto selvaggio, dai loro orgogli crudeli, dai loro capricci intempestivi…

Il turbamento e il primo fremito, come di prendere la roba d’altri, perfettamente di un altro essere, di un essere con la vita propria, di un essere la cui inguaribile separazione non corregge né attenua né risolve il sesso gentile; codesto turbamento e codesto fremito sono ciò che più circola in quest’opera, ciò che s’inserisce costantemente nel testo e ingenera un certo impaccio nelle parole, quell’impaccio e quel deliquio che si provano all’afferrare per la prima volta dei seni nuovi. Confidenza inaudita, confidenza ingiustificata, che con essi si piglia l’uomo senza rendersi conto di quanto ciò sia eccessivo, insolito, prodigo, munifico, gravissimo!

Come un tiratore miro in questo libro al punto più centrale del bersaglio dei seni, quel punto preciso e sì difficile da colpire che quando lo si attinge accade qualche cosa di simile a quanto avviene nei tiri a segno dei padiglioni delle meraviglie: si conficca la freccia e s’aprono con gran pompa gli spettacoli segreti, e vivono unanimi molte cose dalle quali non ci si aspettava simile ilarità. Vedranno un giorno gli occhi lucidi codesto gorgheggio vivente, codesto insieme loquace, codesto cicalare delle sorprese che è nei seni? Tanto s’è proposto la mia penna e vi si è lanciata con decisa disperazione.

La cosa più sfingica della sfinge non è il suo sorriso, né i suoi occhi, né la sua fronte, bensì i suoi seni nei quali il segreto della materia s’è rappreso come in nessun’altra forma.

Non soddisferà, questo libro, i vecchi sordidi, né i magistrati cupamente abbietti, né coloro che chiusi a chiave e col catenaccio nella propria camera leggono i libri pornografici, né i curati falsi, che come disse Carlyle son ciò che di più falso esiste al mondo. Senza dubbio però mi lanceranno l’accusa di pornografia, poiché li irriterà quel che di tragico, di taciturno e di riflessivo c’è in quest’opera, ciò che varrà a buttar lo scompiglio nei loro piaceri solitari.

Tutta questa gente che ha in odio la libertà di pensare e che, tuttavia, commette gli atti più vergognosi, è gente che vuole una sensualità oscura e bavosa, che non tocchi il codice, una sensualità da far scomparire alla luce, mentre, invece, con la luce deve mescolarsi a rivelare la proporzione che ingiustamente non si ammette, e dettare cose assai più rivoluzionarie di quelle che si predicano negli ambienti politici.

Io do il mio spirito nel modo ispido, barocco, disordinato e spesso soave che è il lusso delle libertà, della libertà scatenata che è il principio che governa il mio modo di vivere, e che ritengo sia la nostra maggior ricchezza.

 

 

IL DESTRO E IL SINISTRO

 

Il seno sinistro è quello del cuore, il quale è dentro di lui, avvolto in lui, dolcemente, soavemente chiuso in lui come in una gabbia. Ha più vita dell’altro, ed è quello verso cui ci si dirige sempre, sul quale si insiste, soppesando nella mano ad un tempo il seno e il cuore, il blando seno e il blando cuore.

Per questo esse dicono:

– Ti dimentichi dell’altro… Carezza anche l’altro, poveretto!

L’altro è un po’ morto e un po’ freddo, molto lontano da quello accarezzato; è come un bimbo infelice, che ha invidia e vorrebbe avvicinarsi alla carezza, che sospira e ci guarda per impietosirci, solo e abbandonato senz’averne colpa. Ma di lui però si tien conto nell’altro, e pur carezzando uno solo si sente la presenza di tutti e due, pare di darsi conto d’entrambi. L’altro, l’abbandonato, è una riproduzione del favorito, è la ricchezza che non si spende ma sulla quale si fa assegnamento come su un risparmio sicuro.

Non che nel seno del cuore si senta il palpito del cuore; ciò sarebbe terribile e insopportabile, così com’è terribile – tanto che li si lascia scappar via immediatamente – sentire nella mano stretta il palpito caldo nel petto degli uccellini. Ma nel seno del cuore c’è una cordialità viva anche se è quello in cui risiede la morte, in cui sono la possibilità e il presentimento della morte, e questo stesso lo rende più appassionante.

La donna perciò, quando le si accarezza il seno sinistro, sente qualche cosa come se si avesse cura del suo destino, di quel destino ch’ella medesima ignora, del destino che in quel seno dimora… Così la invade una sensazione strana quando lascia che lo si accarezzi, come se quel che in esso si cela e ribolle fosse cosa superiore a lei e implacabile.

Come deve sentirsi sconvolto da sentimenti indecisi, da sospetti, da vaghe presunzioni, da pugnalate, codesto seno!

Esse, per questo, paiono dire, consegnandolo: – Eccolo… Ignoro che cosa lo ripugna, che cosa racchiuda ermeticamente; curalo, fa’ che mi sia propizio il destino, fagli coraggio, poiché prima dell’altro dovrà morire… Placa la mia morte.

 

 

I SENI DELLA MALATTIA GRAVE

 

I seni dolenti sommersi profondamente sotto le lenzuola o sotto lo scialle dell’ammalata che a tratti si solleva un poco sul letto, l’uomo non osa toccarli, se la malattia è grave. Non si pensa a essi per rispettare di più la gravità. Si teme che non possano risuscitare, e tuttavia se ne rispetta l’oblío. Forse se l’ammalata si salverà avrà perduto i suoi seni, che l’hanno nutrita per salvarla, che per lei si sono sacrificati, che si sono consumati nella febbre, che sono stati offerti in olocausto per la salvezza della sua vita; e conserverà appena i loro moncherini, i loro nodi come nodi d’albero.

Alle volte pare che i seni dell’ammalata siano una promessa che essa vivrà. Se non avessero potuto esser perduti, non sarebbero così soffici e così belli. Lo sono ancora, e questo è una speranza. Praticano loro frizioni d’alcool, applicano loro cataplasmi o le sanguisughe li succhiano e ne poppano la vita, come per estrarre e portar via la malattia. Quando all’ammalata si dà l’iodio, si sta attenti che l’iodio non li riempia, perché sotto ci sono i polmoni; ma l’iodio ansioso scivola sul loro dolce pendio, scorre sulla loro pelle, ed essi rimangono come insanguinati, scottati, arsi dall’iodio che li penetra. Poveretti!

Durante la malattia si sentono i seni in pericolo, rannicchiati sotto la camicia, senza osare metter fuori la testa e gli occhi, come in altre occasioni, sottomessi alla malattia, con la speranza di uscirne salvi.

Non si deve abusare dei seni malati. Occorre lasciarli tranquilli e vestiti. Sono come dei bimbi infermi accanto alla madre. Ella è la partoriente che dorme fra i due seni, perduti come il neonato nel grande letto matrimoniale.

Si ha paura che essi le facciano male o vadano in rovina; essi, che con tanta frivolità sono stati trattati e che nella malattia si trasformano e si innalzano.

Sembrano qualche volta dei seni sepolti, già sotto terra, introvabili anche alle più accurate ricerche.

Oh se si potessero tagliare i seni delle donne ammalate per conservarli così, come si tagliano le loro trecce!

Ma se ogni speranza svanisce, allora è necessario congedarsi da essi, dar loro la mano, visitarli per l’ultima volta.

 

 

VARIETÀ E OSSERVAZIONI

 

Una delle cose che più farebbe piacere di vedere è come cadono i seni quando la donna si china per raccogliere qualche cosa. Disdetta dei vestiti! Che gioia sarebbe, quando le ortolane o le vendemmiatrici si chinano per raccogliere le frutta nascoste sotto le foglie, vedere come i loro seni pendano come delle frutta diverse che renderebbero più fruttifera la terra. I seni pendenti così, con quella facilità, non susciterebbero desideri procaci, poiché se tale gesto e tale abbandono fossero universali, se agli occhi a tutte le ore fosse dato d’assistere a un tale spettacolo, nascerebbe in tutti una serenità duratura, gli istinti si civilizzerebbero, diverrebbero placidi e calmi come in un paradiso.

Diventeremmo ladri di seni. Entreremmo pei balconi silenziosi, con una lanterna cieca, e scalzi ci avvicineremmo al letto in cui esse dormono con un seno scoperto… Il furto, il furto perfetto consisterebbe nel vederlo, nel vederlo illuminato dalla lanterna cieca, e andarcene dopo con l’immagine perfetta, senza il più piccolo rumore.

I seni di quelle che si affacciano ai balconi per scuotere la polvere dei panni sono i seni più innocenti o nel momento della maggiore innocenza… Nello stesso tempo che quella dei panni essi scuotono la polvere del tempo dai seni, li rallegrano, li ravvivano, li ringiovaniscono.

 

 

Da Seni, dall’Oglio, Milano 1978.

  

           

Numero ventinove