|
Numero ventinove - marzo 1999 A fil di penna DEL MESTIERE DI TRADURRE
Secondo i più recenti dati Istat, che risalgono al 1996, in Italia su 51.134 libri pubblicati 13.288 (il 26%) sono tradotti da lingue straniere, mentre, secondo i dati dellUfficio centrale per i beni librari del Ministero dei Beni Culturali, nel 1980 i titoli tradotti in italiano erano 4.411, mentre nel 1996 sono stati 11.699. Le cifre sono degne di riflessione e proprio sulla traduzione si è svolto un dibattito al Salone del Libro di Torino dello scorso maggio; alla questione ha dato ampio resoconto il «Corriere della Sera» con due articoli di Cinzia Fiori e Ranieri Polese. Sono emersi alcuni aspetti interessanti sul mestiere (o arte?) di tradurre. Innanzi tutto, si è parlato e si è scritto della qualità, non sempre eccelsa, delle traduzioni. Ad onor del vero, si è affermato che i livelli qualitativi sono spesso scadenti. Gli esempi citati a Torino sono stati interessanti ed hanno riguardato anche case editrici importanti, quali Einaudi e Garzanti. Del resto, sul problema delle traduzioni veramente infami, ha scritto anche Giuseppe Dierna su «la Repubblica», citando Vladimir Nabokov che, in una delle sue Lezioni di letteratura russa dedicata allarte del tradurre, definiva la cattiva traduzione «un delitto che dovrebbe essere punito mettendo in ceppi il reo, come si faceva con i plagiari ai tempi delle scarpe con la fibbia». Dierna ha inoltre ricordato la non felice versione in italiano de Lo scherzo di Milan Kundera e quella dellultimo volume di Bohumil Hrabal Sanguinose ballate e miracolose leggende, concludendo che «la prassi traduttoria assomiglia davvero sempre più a un delitto in pieno giorno». Se vogliamo citare un altro intervento contro le cattive traduzioni, ricordiamo quello di Patrizia Valduga che, nella sua rubrica "Il criticone" su «Panorama», ha segnalato la pessima traduzione del volume Casual Sex e altri versi di Murray Lachlan Young. Se le traduzioni non sono allaltezza, i traduttori non stanno certo meglio. Dati alla mano sono i meno pagati dEuropa; le tariffe corrisposte sono basse e ferme da anni; oltretutto, i giovani sono disposti a lavorare per un infimo compenso, pur di avere un testo da tradurre. Daltro canto, possiamo inoltre annoverare uno stuolo numericamente non indifferente di signore ben piazzate socialmente, economicamente o politicamente che fanno qualche traduzione quasi per passatempo e che si rilasciano la "patente" di traduttrici, che testimonia in qualche modo un impegno culturale. Procurarsi da vivere con il mestiere di traduttore è quindi difficile e già lo diceva Luciano Bianciardi nella Vita agra, pubblicato nel lontano 1962. Dulcis in fundo, in Italia i traduttori, anche i più capaci, sono in sostanza sconosciuti; rispetto alle consuetudini editoriali e letterarie dei Paesi culturalmente più evoluti, non vengono quasi mai citati e ricordati, vivono perennemente inseguiti dagli editori per la consegna dei lavori e, almeno da noi, sono isolati tra loro, non hanno nemmeno un sindacato e, di conseguenza, nessuna forza contrattuale. Di fronte a questa situazione, chi traduce per vivere, deve tradurre molto e, chiaramente a scapito della qualità. Il rimedio a questo potrebbe sembrare facile: pagare di più le traduzioni per averle più accurate. Gli editori ribadiscono che se pagassero meglio, andrebbero in rovina e, soprattutto, non sarebbe automatico e garantito linnalzamento della qualità. Negli Stati Uniti e in Giappone, ad esempio, i traduttori sono pagati un tanto al mese finché dura il loro lavoro, che quindi, non essendo "a cottimo", non è affrettato. Le soluzioni alla questione economica, potrebbero essere due: garantire uno stipendio sicuro e dignitoso ai traduttori esterni o ritornare alle vecchie organizzazioni, quando il traduttore e il revisore erano funzionari interni della casa editrice. Aspetto remunerativo a parte (ma è importantissimo per la qualità del lavoro), una riflessione da fare è quella sulla formazione dei traduttori. Per fare professionalmente, e cioè bene, questo mestiere occorre capacità di scrittura (nostra provocazione: per le poesie, poi, il traduttore deve essere un poeta), conoscenza sicura della cultura e della letteratura del proprio Paese e di quella cui appartiene lautore da tradurre e una competenza della lingua straniera non scolastica, ma viva e costantemente aggiornata (e già qui i traduttori potrebbero, a giusta ragione, protestare: «Tutto questo per massimo 20.000 lire lorde a cartella?»).Altra questione importante è lassoluta mancanza o, meglio, la penuria di scuole che possano formare professionalmente i traduttori, dove ad insegnare siano docenti che facciano anche i traduttori di mestiere. Gli esperti suggeriscono la realizzazione di una specie di master, una scuola di perfezionamento per questa professione, così importante per la sprovincializzazione di tutte le culture. Esiste già la scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori, corso post-laurea dellUniversità di Trieste; se questa, come dicono, funziona bene, perché non diffonderne il modello in tutta Italia? Comunque sia, il dibattito sulla traduzione (che periodicamente si riaccende) è ancora aperto e non si prospettano dei cambiamenti, almeno a breve termine. Certo è che la questione sembra essere una spirale che si autoavvolge: le traduzioni sono spesso di qualità scadente, i traduttori sono pagati malissimo e non sempre hanno le qualità giuste per definirsi professionisti. A nostro parere, la creazione di una rete di serie scuole di formazione professionale è un ottimo avvio alla soluzione del problema; se, però, uno è ben preparato ma per vivere deve tradurre necessariamente molto e quindi non con la giusta cura, siamo a punto daccapo. Il nocciolo del problema sta probabilmente anche in un cambiamento di rotta degli editori, che dovrebbero riguardare i propri piani di spesa e riconsiderare, riqualificandola, limportante figura (e funzione) del traduttore. La Redazione
|