29- marzo 99

 

Numero ventinove - marzo 1999

 

CASTELLI E BANCHETTI

di Vladimir Bukovskij

 

… In cella di rigore cercavo sempre di portare con me un pezzetto di matita d’ardesia che solitamente nascondevo in bocca. E se questo mi riusciva, poi durante tutta la detenzione lì dentro, su pezzi di giornale o direttamente sul pavimento, sul muro, disegnavo dei castelli. Non li disegnavo semplicemente nel loro aspetto generale, ma mi ponevo un compito: costruire un castello completo, le fondamenta, i pavimenti, le pareti , le scalette e i passaggi segreti sino ai tetti a punta e alle torrette. Levigavo ogni pietra, facevo i pavimenti a parquet o a pietra viva, arredavo le sale di mobili, appendevo arazzi e quadri, accendevo le candele nei candelieri e le fumose fiaccole di pece nelle interminabili gallerie. Apparecchiavo i tavoli e invitavo gli ospiti, ascoltavo insieme a loro la musica, bevevo vino dalle coppe, fumavo poi la pipa dopo la tazza di caffè. Salivamo le scale, passavamo di sala in sala, guardavamo il lago dalla terrazza aperta, raggiungevamo la stalla e ammiravamo i cavalli, camminavamo nel giardino, anche quello da curare e da riempire di piante di vario tipo. Rientravamo nella biblioteca dalla scala esterna, e là, acceso il caminetto, mi sistemavo in una comoda poltrona. Sfogliavo vecchi libri rivestiti di logore copertine di pelle con pesanti fibbie di bronzo. Sapevo addirittura cosa c’era scritto in quei libri. Potevo leggerli.

Ecco quest’occupazione mi bastava per tutto il periodo di detenzione nella cella di rigore, e molte questioni restavano aperte sino alla volta successiva: spesso alcuni giorni venivano persi per l’esame di problemi di questo tipo: quale quadro appendere nel salotto, che tipo di armadi disporre in biblioteca, che tavolo mettere nella sala da pranzo. Anche adesso posso disegnarlo a occhi chiusi, questo castello, in tutti i particolari. Un giorno lo troverò… o lo costruirò.

Sì, un giorno inviterò i miei amici, e insieme attraverseremo il ponte levatoio sul fossato, entreremo in queste sale, ci metteremo a tavola. Arderanno le candele e risuonerà la musica, e il sole tranquillo tramonterà dietro il lago. Io ho vissuto in questo castello centinaia d’anni e ogni pietra ho levigato con le mie mani. L’ho costruito mentre ero sotto inchiesta a Vladimir. Mi salvò dall’indifferenza, dalla sorda angoscia dell’indifferenza verso le cose vive. Mi salvò la vita. Perché tu non puoi diventare inerte, non hai il diritto di essere indifferente. Perché proprio in questi momenti si vede quello che vali. Soltanto nello sport sono gli arbitri e gli avversari a farti acquistare la forma migliore, ma questi record non valgono nulla. Infatti la prova più difficile te la fanno quando sei malato quando sei stanco, quando soprattutto hai bisogno d’un attimo di respiro. Ed è a questo punto che ti prendono e ti danno la mazzata! Proprio in questo momento compare, il pescatore di anime umane o l’educatore, ti tira fuori, intontito, dal sotterraneo, per un colloquio.

Oh no, non ti proporranno direttamente, a bruciapelo, di collaborare. Per il momento hanno bisogno solo di molto meno, di piccole concessioni. Per abituarti semplicemente a esse, al pensiero che bisogna accettare dei compromessi. Essi accuratamente sondano se sei o meno maturo. No? Beh, allora tornatene nel tuo sotterraneo, matura: hanno i secoli davanti a sé.

Stupidi! Non sapevano che io tornavo dai miei amici, alle nostre interrotte conversazioni accanto al caminetto. Come potevano sapere che io parlavo con loro, standomene sulle mura di un castello, dall’alto in basso, preoccupato più del problema dell’organizzazione delle stalle, che delle loro stupide domande? [...] Ed io, ridendo di loro, me ne tornavo dai miei ospiti, richiudendo con cura alle mie spalle le massicce porte di quercia.

Proprio nel momento in cui tutto ti è indifferente, quando la coscienza è intorpidita e soltanto conti angosciato i giorni, nella vicina cella di rigore qualcuno si sente male, qualcuno perde la coscienza e crolla a terra. E bisogna allora picchiare alla porta, far baccano e chiamare il medico. Per questo rumore, per questo baccano il cittadino capo furioso immediatamente ti prolunga il soggiorno in cella. Quindi taci, serrati la testa tra le ginocchia, fingi di dormire e di non aver sentito nulla. Che t’importa? Tu non lo conosci, lui non ti conosce, non vi incontrerete mai. Ed effettivamente avresti anche potuto non sentire. Ma può permettersi questo l’abitante di un castello?

Metto il libro da parte, prendo una candela e vado al portone, per fare entrare nel castello il viandante sorpreso dal maltempo. Cosa m’importa chi sia? Anche se è un brigante ha il diritto di scaldarsi al focolare e di pernottare sotto un tetto. E che la tormenta infuri pure fuori del castello, il tetto non potrà svellere, né trapassare i grossi muri, né spegnere il mio caminetto. Che può fare la tormenta? Soltanto urlare e singhiozzare nel camino.

 

ex Unione Sovietica 1971-1976

 

Da Il vento va, e poi ritorna, traduzione di Sergio Leone, Feltrinelli, Milano 1978.

 

Vladimir Bukovskij è nato nel 1943. Fu arrestato la prima volta da studente per aver partecipato a manifestazioni di protesta studentesche. Venne espulso dall’università nel 1961 per aver organizzato una pubblica lettura di poesia. Nel 1963 venne mandato in prigione per i suoi samizdat e per un certo periodo fu confinato in manicomio. Fu uno dei primi a far giungere all’Ovest documenti sui crimini psichiatrici in Unione Sovietica. Dentro e fuori del carcere a ripetizione durante gli anni sessanta e settanta, venne infine espulso nel 1976. Ora vive in Inghilterra.

 

Da Scrittori dal carcere, Feltrinelli, Milano 1998.

 

  

           

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