In cella di rigore cercavo sempre di
portare con me un pezzetto di matita dardesia che solitamente nascondevo in bocca. E
se questo mi riusciva, poi durante tutta la detenzione lì dentro, su pezzi di giornale o
direttamente sul pavimento, sul muro, disegnavo dei castelli. Non li disegnavo
semplicemente nel loro aspetto generale, ma mi ponevo un compito: costruire un castello
completo, le fondamenta, i pavimenti, le pareti , le scalette e i passaggi segreti sino ai
tetti a punta e alle torrette. Levigavo ogni pietra, facevo i pavimenti a parquet o a
pietra viva, arredavo le sale di mobili, appendevo arazzi e quadri, accendevo le candele
nei candelieri e le fumose fiaccole di pece nelle interminabili gallerie. Apparecchiavo i
tavoli e invitavo gli ospiti, ascoltavo insieme a loro la musica, bevevo vino dalle coppe,
fumavo poi la pipa dopo la tazza di caffè. Salivamo le scale, passavamo di sala in sala,
guardavamo il lago dalla terrazza aperta, raggiungevamo la stalla e ammiravamo i cavalli,
camminavamo nel giardino, anche quello da curare e da riempire di piante di vario tipo.
Rientravamo nella biblioteca dalla scala esterna, e là, acceso il caminetto, mi sistemavo
in una comoda poltrona. Sfogliavo vecchi libri rivestiti di logore copertine di pelle con
pesanti fibbie di bronzo. Sapevo addirittura cosa cera scritto in quei libri. Potevo
leggerli.
Ecco questoccupazione mi bastava per tutto
il periodo di detenzione nella cella di rigore, e molte questioni restavano aperte sino
alla volta successiva: spesso alcuni giorni venivano persi per lesame di problemi di
questo tipo: quale quadro appendere nel salotto, che tipo di armadi disporre in
biblioteca, che tavolo mettere nella sala da pranzo. Anche adesso posso disegnarlo a occhi
chiusi, questo castello, in tutti i particolari. Un giorno lo troverò
o lo
costruirò.
Sì, un giorno inviterò i miei amici, e insieme
attraverseremo il ponte levatoio sul fossato, entreremo in queste sale, ci metteremo a
tavola. Arderanno le candele e risuonerà la musica, e il sole tranquillo tramonterà
dietro il lago. Io ho vissuto in questo castello centinaia danni e ogni pietra ho
levigato con le mie mani. Lho costruito mentre ero sotto inchiesta a Vladimir. Mi
salvò dallindifferenza, dalla sorda angoscia dellindifferenza verso le cose
vive. Mi salvò la vita. Perché tu non puoi diventare inerte, non hai il diritto di
essere indifferente. Perché proprio in questi momenti si vede quello che vali. Soltanto
nello sport sono gli arbitri e gli avversari a farti acquistare la forma migliore, ma
questi record non valgono nulla. Infatti la prova più difficile te la fanno quando sei
malato quando sei stanco, quando soprattutto hai bisogno dun attimo di respiro. Ed
è a questo punto che ti prendono e ti danno la mazzata! Proprio in questo momento
compare, il pescatore di anime umane o leducatore, ti tira fuori, intontito, dal
sotterraneo, per un colloquio.
Oh no, non ti proporranno direttamente, a
bruciapelo, di collaborare. Per il momento hanno bisogno solo di molto meno, di piccole
concessioni. Per abituarti semplicemente a esse, al pensiero che bisogna accettare dei
compromessi. Essi accuratamente sondano se sei o meno maturo. No? Beh, allora tornatene
nel tuo sotterraneo, matura: hanno i secoli davanti a sé.
Stupidi! Non sapevano che io tornavo dai miei
amici, alle nostre interrotte conversazioni accanto al caminetto. Come potevano sapere che
io parlavo con loro, standomene sulle mura di un castello, dallalto in basso,
preoccupato più del problema dellorganizzazione delle stalle, che delle loro
stupide domande? [...] Ed io, ridendo di loro, me ne tornavo dai miei ospiti, richiudendo
con cura alle mie spalle le massicce porte di quercia.
Proprio nel momento in cui tutto ti è
indifferente, quando la coscienza è intorpidita e soltanto conti angosciato i giorni,
nella vicina cella di rigore qualcuno si sente male, qualcuno perde la coscienza e crolla
a terra. E bisogna allora picchiare alla porta, far baccano e chiamare il medico. Per
questo rumore, per questo baccano il cittadino capo furioso immediatamente ti prolunga il
soggiorno in cella. Quindi taci, serrati la testa tra le ginocchia, fingi di dormire e di
non aver sentito nulla. Che timporta? Tu non lo conosci, lui non ti conosce, non vi
incontrerete mai. Ed effettivamente avresti anche potuto non sentire. Ma può permettersi
questo labitante di un castello?
Metto il libro da parte, prendo una candela e vado
al portone, per fare entrare nel castello il viandante sorpreso dal maltempo. Cosa
mimporta chi sia? Anche se è un brigante ha il diritto di scaldarsi al focolare e
di pernottare sotto un tetto. E che la tormenta infuri pure fuori del castello, il tetto
non potrà svellere, né trapassare i grossi muri, né spegnere il mio caminetto. Che può
fare la tormenta? Soltanto urlare e singhiozzare nel camino.
ex Unione Sovietica 1971-1976