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Numero ventisette - novembre 1998
NEL CENTENARIO DELLA MORTE DI STÉPHANE MALLARMÉ a cura di Gilberto Gavioli
Nacque a Parigi nel 1842 da una famiglia di funzionari del Registro. La sua vita fu priva di avvenimenti esteriori di rilievo. La perdita della madre a cinque anni, la morte della sorella Marie, un piccolo impiego statale che comportava periodiche umiliazioni, ebbero forse qualche peso come accumulo di frustrazioni. Fondamentale per la sua formazione letteraria fu la conoscenza della poesia di Baudelaire e di Poe. Per superare le difficoltà economiche, cercò di perfezionarsi nella lingua inglese con un soggiorno in Gran Bretagna. Al ritorno ottenne un incarico nel liceo di Tournon. Nonostante la routine di un lavoro monotono, le meschine vicende della provincia, le preoccupazioni della famigliola, Mallarmé pubblicò in questo periodo una decina di poesie sul «Parnasse contemporain» (1866) e iniziò il poema Hérodiade, con il quale si prefiggeva di realizzare una poetica nuova: dipingere «non la cosa ma leffetto che essa produce». Dovette trasferirsi a Besançon e poi ad Avignone, scrivendo in allucinate veglie notturne, trascorse fra lansia di dire lassoluto e lorrore della pagina bianca. Nel 1876 nacque ufficialmente la poesia simbolista, come atto di scissione dal grande filone del decadentismo, e trovò in Mallarmé il suo teorico e uno degli esponenti più lucidi. Intanto il poeta si era trasferito a Parigi, nel cui grigio cercava scampo contro l«azzurro mediterraneo» da cui si sentiva soffocare. Nel 1876 pubblicò Laprés-midi dun faune: nel poemetto, i simboli diventano il mezzo per chiudere il mondo dei sogni e rendere lassoluto. Famosi divennero i «martedì letterari» di casa Mallarmé, durante i quali il poeta esercitava un fascino particolare sui letterati delle nuove generazioni. Se la critica benpensante era sconcertata e diffidente, Verlaine non esitava a esaltare Mallarmé come maestro (vedi il brano seguente). Mallarmé morì nel 1898, prostrato da insonnie e abbattimenti, senza aver potuto realizzare il «Libro» assoluto che da tempo prometteva ai discepoli e a se stesso.
STÉPHANE MALLARMÉ (spicilegio)di Paul Verlaine
In un libro che non sarà pubblicato scrivevamo recentemente, a proposito del Parnasse Contemporain e dei suoi più autorevoli redattori: «Un altro poeta, e non il minore di essi, si riallacciava a questo gruppo». «Viveva allora in provincia facendo il professore dinglese, ma si teneva in frequenti rapporti epistolari con Parigi. Diede al Parnasse alcuni versi duna novità che provocò scandalo nei giornali. Dominato, certo, dallansia della bellezza, considerava la chiarezza come una grazia di secondaria importanza e, purché il suo verso fosse numeroso, musicale, prezioso e, alloccorrenza, languido o eccessivo, di tutto sinfischiava per piacere ai raffinati, tra i quali era egli stesso il più esigente. E così, come fu male accolto dalla critica, questo puro poeta che resterà fino a quando esisterà una lingua francese a testimoniare del suo sforzo gigantesco! Nei periodici umoristici, "in seno" alle riviste serie, dovunque o quasi, diventò una cosa di moda ridere, chiamare al corretto uso della lingua lo scrittore perfetto, al sentimento del bello linfallibile artista. Nella cerchia degli uomini più influenti, certi sciocchi gli diedero del pazzo! Altro sintomo onorevole: scrittori degni del nome consentirono a mischiarsi in questa pubblicità incompetente; si videro "far figura di stupidi" fieri individui dotati di spirito e di gusto, maestri della giusta audacia e del solenne buon senso: perfino un Barbey dAurevilly, ahimè! Irritato dalla Im-pas-si-bi-li-tà essenzialmente teorica dei Parnassiani (era pur necessaria la parola dordine, di fronte alla sbracata volgarità da combattere), questo meraviglioso romanziere, questo polemista unico, questo saggista di genio, incontestabilmente il primo dei nostri prosatori ammessi e riconosciuti, pubblicò contro il Parnasse, nel Nain Jaune, una serie di articoli in cui lo spirito più mordente cedeva soltanto alla più squisita crudeltà. Il "medaglioncino" dedicato a Mallarmé fu particolarmente grazioso, ma duna ingiustizia che indignò ognuno di noi più di qualsiasi offesa personalmente subíta. Che importarono, daltronde, che importano ancora questi oltraggi della pubblica opinione a Stéphane Mallarmé e a coloro che lo amano come bisogna amarlo (o detestarlo): immensamente?». (Voyage en France par un Français: Le Parnasse Contemporain). Nulla da modificare in questo apprezzamento, che del resto risale appena a sei anni fa e che potrebbe recar la data del giorno in cui leggemmo per la prima volta versi di Mallarmé. Da allora, il poeta ha avuto modo di accentuare la propria maniera, di attuare più e meglio le propri intenzioni: ed è rimasto lo stesso: non stazionario, gran Dio!, ma ancor più sfolgorante duna luce che, come normalmente avviene, andava intensificandosi dallalba al meriggio e al pomeriggio. Fermiamoci qui: lelogio, al pari dei diluvi, si ferma su certe vette.
AUTOBIOGRAFIA (spicilegio) di Stéphane Mallarmé
... Non esisteva, voi lo sapete, per un poeta, nessuna possibilità di vivere della propria arte, anche abbassandola di parecchi gradi, quando io ho fatto il mio ingresso nella vita; e di questo fatto non mi sono mai rammaricato. Avendo imparato linglese per leggere meglio Poe, a ventanni mi sono recato in Inghilterra, principalmente per fuggire; ma anche per parlare questa lingua e insegnarla poi in un posticino qualsiasi, tranquillo e senza vedermi costretto ad altre attività per guadagnarmi la vita; ero sposato, e la cosa urgeva. Oggi, a distanza di ventanni, e non ostante la perdita di tante ore, credo, con tristezza, di aver fatto bene. A parte le prose e i versi di gioventù e gli scritti successivi, che a quei primi saggi facevano eco, pubblicati un po dappertutto, ogni qual volta appaiono i primi numeri duna rivista letteraria, ho sempre sognato e tentato qualcosa di diverso, con una pazienza da alchimista, pronto e disposto a sacrificargli ogni vanità ed ogni soddisfazione, come un tempo si bruciavano i propri mobili e le travi del proprio tetto, per alimentare il forno della Grande Opera. Quale? È difficile dirlo: un libro, semplicemente; in parecchi tomi, un libro che sia un libro, architettonico e premeditato, e non una raccolta dispirazioni casuali, fossero anche meravigliose. Andrò più lontano ancora, dirò: «il Libro», persuaso che in ultima analisi ne esiste uno solo, inconsapevolmente tentato da chiunque abbia scritto, compresi gli stessi Geni. Ecco, caro amico, la confessione del mio vizio messo a nudo, che io ho mille volte respinto, con lo spirito fiaccato o stanco; ma ne sono posseduto e forse vi riuscirò; non già a costruire integralmente questopera (per una tale impresa, bisognerebbe essere non so chi!), ma almeno a mostrare un frammento rifinito, a farne scintillare almeno in un punto la gloriosa autenticità, suggerendo il resto, lintero, per il quale non basta una vita. Fornire, mediante le parti eseguite, la prova che questo libro esiste e che io ho conosciuto ciò che non avrò potuto portare a compimento... In momenti di difficoltà finanziarie, o per acquistare rovinosi canotti, ho dovuto compiere certi lavori non indecorosi (Gli dèi antichi, Parole inglesi), di cui non è il caso di parlare; ma, a parte questo, le concessioni fatte tanto alle necessità quanto ai piaceri non sono state frequenti... In fondo, considero lepoca contemporanea come un interregno per il poeta, il quale non vi si deve affatto immischiare: essa è troppo in disuso e in effervescenza preparatoria perché il poeta possa far altro se non lavorare, avvolto di mistero, con la prospettiva di un «più tardi» o di un «mai», e di tanto in tanto mandare ai vivi il suo biglietto di visita, stanze o sonetti, per non esser lapidato da loro, se concepiscono il sospetto che egli li voglia ignorare. La solitudine accompagna necessariamente questa specie di atteggiamento: ed eccettuato il tragitto per recarmi dalla mia abitazione (attualmente, Rue de Rome, 89) ai vari luoghi dove ho dovuto sborsare la decima dei miei minuti (i licei Condorcet, Janson de Sailly e da ultimo il Collegio Rollin), io vado poco in giro, preferendo a ogni cosa, in un appartamento difeso dalla famiglia, il restare tra alcuni mobili antichi e cari, e il foglio di carta spesso intatto. Le mie grandi amicizie sono state quelle di Villiers, di Mendès, e per dieci anni ho incontrato ogni giorno il mio caro Manet, la cui assenza, oggi, mi pare inverosimile! I vostri Poètes Maudits, caro Verlaine, e lArebours di Huysmans hanno interessato, nei miei «martedì», protratti per lungo tempo, i giovani poeti che ci amano (mallarmisti a parte) e che hanno creduto in qualche influsso tentato da me, laddove era questione di semplici incontri. Grazie a un estremo affinamento io mi sono trovato con dieci anni danticipo dalla parte dove oggi dovrebbero volgere giovani spiriti della stessa indole. Ecco tutta la mia vita spoglia daneddoti, al contrario di quanto vanno da tanto tempo ripetendo i grandi giornali, dove sono sempre passato per un uomo molto strano: per quanto scruti, non ci vedo nientaltro, eccettuati le contrarietà quotidiane, le gioie, i dolori domestici. Alcune apparizioni dovunque si metta in scena un balletto o si suoni lorgano (le mie due, quasi contrastanti, passioni artistiche, il cui significato riuscirà tuttavia a palesarsi): ed è tutto. Dimenticavo le mie evasioni, non appena mi sento preso da un eccesso di stanchezza mentale, sulla riva della Senna e della foresta di Fontainebleau, in un luogo che da anni è sempre lo stesso: là mi trovo completamente diverso, innamorato della sola navigazione fluviale. Onoro il fiume che permette dingolfarsi nelle sue acque per intere giornate senza che si abbia limpressione di averle perdute, né unombra di rimorso. Semplice promeneur in canotti di mogano, ma fanatico della vela, fierissimo della mia flottiglia. Arrivederci, caro amico. Leggerete tutto questo, buttato giù a matita perché conservi laria duna di quelle buone conversazioni tra amici, in disparte e senza alzar la voce
Dalla lettera autobiografica che Mallarmé indirizzava il 16 novembre 1885 a Paul Verlaine, per il «profilo» che questi voleva inserire nella raccolta Hommes du jour.
I testi sono tratti da Versi e prose (a cura di Clemente Fusero), dallOglio, Milano 1979.
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