27- novembre 98

 

Numero ventisette - novembre 1998

 

Mario Luzi:

"IL POETA PARLA IN NOME DI TUTTI"

Mario Luzi

Dal quotidiano «Avvenire» del 30 settembre scorso riprendiamo l’intervista che Andrea Fagioli ha realizzato con Mario Luzi, il maggiore poeta italiano vivente.

 

Luzi, qual è stata l’evoluzione della sua poesia in questi 63 anni?

Non lo so. Si può dire che è la vita che ha camminato e la poesia che si è accompagnata a lei. Probabilmente la mia vita non sarebbe stata tale senza la poesia e la poesia non sarebbe stata tale senza che fosse alimentata, inalata di respiro dalla vita. Io ho dovuto, fin da principio, fare i conti con questo binomio. Ho sempre sentito il bisogno di dare la parola al processo della vita. Ad esempio, la poesia che dava il la al mio primo volume, che è stato scritto a vent’anni, aveva come titolo Alla vita. Questa poesia è un indizio, perché parla di una barca che vuole cominciare la navigazione, un viaggio. Questo è stato un po’ il senso metaforico, ma anche esistenziale del mio lavoro.

 

Questo viaggio ha avuto degli approdi, oppure è un viaggio di ricerca che continua?

È un po’ un viaggio alla ricerca di se stessi, ma anche di una verità oggettiva, possibilmente. L’identità non ci viene data fin dal principio, la dobbiamo scoprire. Solo da ultimo si capisce, se si capisce, chi siamo. E solo dopo aver visitato parecchi luoghi della nostra mente, della nostra anima e dell’esperienza che è stata conservata. È un grande lavorio per conoscersi rispetto ad un mondo che rimane sempre un mistero, celato nella sua magnificenza e nei suoi abissi. Comunque, la mia poesia è più ricca di interrogazioni che di affermazioni, ha proposto sempre più inviti ad andare avanti.

 

Lei crede che la poesia abbia un ruolo civile, sociale?

Non gli si può negare. Forse non lo ha come proponimento intenzionale, ma certamente lo ha. Intanto, se è letta e sentita come poesia è un fattore di collegamento tra chi usa una lingua che è retaggio di una comunità e la comunità stessa. E poi quello che un poeta fa non lo fa in proprio, ma sempre simbolicamente, perché nella sua vita si riconosce un po’ la vita di tutti. Com’è simbolico il linguaggio del poeta, così anche il poeta che usa questo linguaggio è simbolico: è lui in nome di tutti gli altri. Inoltre, le cose di cui parla sono simboliche perché parla di un particolare, ma in sostanza è il mondo che vorrebbe abbracciare. Quindi, nel frammento cerca di condensare il significato del tutto. La poesia è stata sempre un po’ al centro di tutte le manifestazioni dell’umano, anche se non sempre in modo esplicito, se non sempre sulle barricate o sulle scene. Oggi, comunque, la poesia fa molto, anche se non si vede molto. La poesia fa molto perché è una specie di contraltare alla corruzione, alla disgregazione dell’uomo e della società in quanto riconduce l’uomo a se stesso, lo riaccosta alle sue fonti, ai suoi principi di umanità. Il suo compito è quello di salvare l’umanità dentro l’uomo, minacciata dall’involuzione stessa della società, dalla rassegnazione e dalla stanchezza. La poesia il suo compito lo assolve.

 

Anche oggi, ne è sicuro?

Forse oggi manca il carisma e mancando questo sembra che manchi anche lo spessore minimo perché la parola possa appunto avere quest’attributo di sociale.

 

Manca il singolo con carisma, oppure è il momento che stiamo vivendo, che non trova più stimoli nemmeno nella poesia?

Forse ci sarà qualche poeta segreto che oggi scrive cose importanti, che saranno rivelate dopo e lui avrà espresso il senso dell’epoca più profondamente di quelli che sono alla ribalta.

 

Più in generale, in che "condizioni" arriviamo al Duemila?

Arriviamo al Duemila senza molte illusioni e senza molte aspettative, con una specie di rimorso per il tempo che abbiamo vissuto, per i disastri che abbiamo attraversato, sulle poche cose felici che ci sono state propinate. La speranza rimane, ma i rischi dell’uomo come tale ci sono. Più che altro c’è un rischio di smarrimento, di perdita di umanità, cioè l’accettare con indifferenza tutto, l’essere indiscriminatamente disponibili a tutto perché la nostra natura profonda non reagisce a nessuna provocazione.

 

Quanto ha inciso l’esperienza cristiana nella sua vita, nella poesia?

L’esperienza cristiana ha attivato, ha ravvivato, ma anche reso sempre più drammatico il senso del bene e del male, del male che abbiamo purtroppo incontrato. Il male per il cristiano è più scandaloso che per gli altri. Il male rimane uno scandalo che si vuole spazzare anche se esiste dalle origini: è un elemento dialettico, antagonistico, che è implicito nel processo creativo del mondo. Senza essere manichei, anche nel pensiero cristiano c’è questa concezione dualistica del mondo. Si tratta di un dualismo in apparenza perché tutto è poi nell’economia del divino. Ma a parte questa dialettica, non dobbiamo mai essere preventivamente preparati e predisposti ad accogliere le ignominie, le dobbiamo soffrire come tali e solo in questo senso, forse, prendono valore negativo per tradurlo in positivo. Essere cristiani può dare letizia, può fare conoscere qualche gioia pura, ma nello stesso tempo drammatizza lo sgomento di fronte al male che abbiamo potuto toccare con mano in questo secolo.

 

Quindi lei dice che l’esperienza cristiana addirittura rende più angoscioso il tutto?

Più angoscioso e più esaltante, almeno nei rari momenti di luce, di illuminazione che uno ha. Fa conoscere questa esultazione, ma fa conoscere anche questa angoscia del male, questo interrogativo che diventa più assillante, più angoscioso. Eppure sappiamo che deve essere così. Io spero che la mia poesia abbia trattenuto qualche cosa di queste tensioni che sono nel mondo, nell’aria, fra cielo e terra. Io spero che qualcosa abbia preso, abbia trattenuto, perché una domanda che mi faccio spesso è: che cosa sarà rimasto di tutta questa volontà di captare al mondo, il senso del mondo, e magari di illuminarlo? Cosa sarà rimasto? Saranno rimaste parole o ci sarà qualcosa dentro? Dicevo che il piccolo dovrebbe catturare simbolicamente il grande. In un artista che ha fatto la sua strada, che è arrivato alla fine della sua strada, all’epilogo, la vecchiaia è avida di queste risposte, non c’è grande appagamento.

 

           

Numero ventisette