26 - settembre 98

 

Numero ventisei - settembre 1998

 

A fil di penna

RIVISTE LETTERARIE: AUTORI O LETTORI?

 

Le riviste letterarie che suscitano il nostro interesse sono quelle che si occupano realmente della ricerca e promozione di testi e autori, sganciate da interessi che con la poesia hanno poco da spartire. Si tratta di riviste che sottopongono a un’attenta lettura i testi che giungono in redazione e che, infine, scelgono poesie e racconti in base a criteri (sempre opinabili, ma assolutamente disinteressati) quali originalità, valore estetico e letterario, certo non in base alle copie che potranno ‘piazzare’ pubblicando Tizio o Caio, amico di qualche Sempronio, che assicurerà vendite maggiori o un incremento degli abbonamenti.

La nostra redazione sente di avere un compito e, insieme, un obbligo imprescindibili che sempre ci muovono a continuare l’impegno: la chiara e ferma volontà di rompere l’isolamento. Le pseudo-riviste si notano per la quasi assoluta mancanza di dialogo, di confronto e di stimolo reciproco che dovrebbe essere il motore e lo scopo di chi opera in un ambito culturale. L’unica entità riconosciuta come valida è la propria, su questa posizione ci si arrocca fino allo spegnimento di ogni curiosità e volontà di crescita e arricchimento. Ecco perché riteniamo che le riviste letterarie propriamente dette siano un numero ben più esiguo rispetto alle centinaia che assillano il panorama culturale italiano.

Ugualmente dobbiamo accantonare (almeno fino a che non scendano dal loro piedistallo) quegli autori che vedono nelle riviste solo una vetrina dove trovare sfogo alla propria, eccessiva autoconsiderazione. Ormai la scolarizzazione di massa consente ad ognuno di accedere agli strumenti per esprimersi abbastanza correttamente e metter su carta idee, pensieri, emozioni e sensazioni. Quindi esiste un folla di individui che compiendo l’atto di scrivere ritengono di aver acquisito il diritto (?) a chiamarsi poeti o narratori e riversano a editori e riviste una messe sterminata di testi.

Scriveva però Quasimodo: «La poesia è una conquista dell’uomo; ma c’è uomo e uomo che può conquistarla (ammesso che un dono, comunque, ci sia) perché le composizioni in versi determinate da un atto volontario, che leggiamo numerose in certo clima corale, di civiltà ‘poetica’, non sono espressioni creative, ma critiche». E più oltre: «Io non credo alla poesia come ‘consolazione’ ma come moto a operare in una certa direzione in seno alla vita, cioè ‘dentro’ l’uomo.»1

È dunque la scrittura solo un primo atto e questo deve essere libero, non forzato o finalizzato. Prima e dopo c’è la lettura, il confronto, il dialogo vivissimo con gli autori del passato e con i contemporanei. Questo deve far nascere una forte autocritica, un ridimensionamento necessario e indispensabile per poter capire fino in fondo la propria arte, a qualunque livello la si voglia situare. Ecco invece che si scrive un pensiero e lo si dà in pasto alle redazioni delle riviste o agli editori, spesso senza rileggere. E si pretendono risposte, ci si incorona poeti (o ci si fa incoronare, magari a pagamento!) e pieni di sé, immodesti fino all’inverosimile, si va incontro solo a raggiri e a notevoli alleggerimenti finanziari!

Le pseudo-riviste assecondano tali individui (di questi vivono!), cullano ad arte le illusioni e le speranze di scrittori che non leggono, nemmeno se stessi. E accrescono le fila di questo nulla letterario. Non formano alcuna cultura.

Ora entriamo nel vivo del problema. Essendo il pubblico e gli autori/collaboratori delle riviste spesso (e purtroppo) la stessa entità, questi devono credere nelle possibilità di questa forma di letteratura e di cultura. In questa dimensione devono contribuire a creare un luogo fisico ed ideale di dialogo, di diffusione delle proprie capacità e conoscenze non fine a se stesso, ma in relazione e confronto con altri autori/lettori.

Quanto più saranno sinceri, anche con se stessi, e convinti nel volere la crescita della rivista, tanto più ne guadagnerà la rivista stessa, che vedrà potenziato il proprio valore letterario e morale: diverrà autorevole e giustificherà validamente la propria esistenza. Gli stessi autori/lettori trarranno vantaggio dal collaborare a questa realtà e otterranno l’unica soddisfazione possibile: quella morale e di comprensione profonda del proprio essere poeta o narratore. Altri guadagni non ci possono essere, non al momento almeno.

L’impegno delle riviste deve essere proprio questo, difficile, ma anche indispensabile: non devono soltanto informare, devono formare i loro lettori (come Ugo Ojetti diceva riferendosi ai quotidiani), insieme avranno i poeti e gli scrittori, se non grandi, almeno ‘onesti’. Non sarà un risultato di poco conto.

È perseguendo questo progetto che le riviste possono sperare di veder concretizzarsi i propri ‘sogni’ letterari. Partendo da una forte ‘onestà intellettuale’ le singole riviste non potranno fare a meno d’incontrarsi sulla stessa strada, pur partendo da realtà ed idee differenti, per lavorare ad un progetto comune e più ampio. Solo in seguito, insieme, potranno pensare di porre rimedio e mutare la situazione culturale del nostro paese.

Concludiamo ricordando un autore esemplare, non solo per il valore delle sue opere, ma perché incarna perfettamente i valori di eticità di cui abbiamo detto prima: Peter Russell.

Egli scrive nel brano La poesia come potenziale di rinnovamento da noi già pubblicato ma che vale la pena di riproporre: «Nella mia esperienza di una vita dedita alla poesia posso dire che soltanto la poesia, la musica e le arti pittoriche e scultoree, attualizzano il trascendente. Quando si esperimentano le più alte creazioni di queste arti si ha l’impressione che esse rappresentino verità oltre ogni immaginazione della mente soggettiva e fallace dell’individuo. Cioè i capolavori sono ‘veri’ in quanto corrispondono a una Realtà che trascende il mondo dei cinque sensi». Ancora: «Si potrebbe dire che l’artista vede le cose integralmente, quasi come veramente esse sono.» E più oltre: «In un mondo quasi completamente controllato dalle distrazioni più o meno volgari e vacue dei media, abbiamo un pressante bisogno di questo vedere diretto dentro e oltre le cose. La visione convenzionale scientifica è da paragonarsi alla medicina convenzionale che rimuove temporaneamente i sintomi ma non guarisce. La poesia rassomiglia piuttosto alla vera guarigione, sia fisica sia spirituale. È un dono dello spirito e nessuno può capirlo, ma esiste lo stesso. Ci sono guaritori che con la sola imposizione delle mani guariscono tutto (purtroppo ce ne sono tanti che sono degli impostori così come ci sono tanti falsi poeti). Non posso parlare qui delle tecniche della poesia, della manipolazione del linguaggio, ma soltanto del potenziale della poesia per guarire una umanità afflitta. La poesia è un fenomeno essenzialmente sociale per quanto scaturisca dalla mente dell’individuo. Si tratta della simpatia e della solidarietà fra tutta la gente del mondo. La poesia impiega le leggende, i miti, i temi, i ritmi e le idee che stimolano un senso di unità in ogni comunità, paese, nazione, ecumene, sia nel senso sincronico sia in quello storico. (È interessante come tutta la poesia, anche quella della cosiddetta avanguardia, attinga al mito.) Ma questi elementi basilari della visione poetica non rigogliano, come invece i gruppi sociali e i partiti politici, da una identità basata su un senso di separazione, ma si fertilizzano e si arricchiscono vicendevolmente per creare nuove leggende, miti, temi, ritmi ed idee. E il poeta non può poetare senza un mito (è per questo che la stragrande maggioranza dei poeti di oggi non possono essere letti senza noia e frustrazione).
In Italia, come altrove, oggi si vuole fondare una società nuova e migliore per tutti. I poeti viventi di oggi non hanno niente da offrire in proposito. Ma la ‘poesia’ ha tutto da offrire, non solo il ‘tutto’ ma anche l’essenziale.
Mi sembra che prima di proporre riforme particolari e pratiche dobbiamo affrontare il problema nella sua totalità, cioè sentire nel profondo dell’animo quali sono i nostri bisogni essenziali. Certamente faremo le riforme del fisco, del servizio sanitario, del mecenatismo statale della cultura, ecc., ma senza un nuovo spirito affettivo, cioè senza forti emozioni, non credo che avremo la volontà sufficiente per cambiare nulla2 

 

La Redazione

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1 S. Quasimodo, Poesie e discorsi sulla poesia, I Meridiani, Mondadori, Milano 1994.

2 P. Russell, La poesia come potenziale di rinnovamento, pubblicato su Il Foglio Clandestino, II, 4, aprile 1994.

 

      

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