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Numero ventisei - settembre 1998
LOSPEDALE DEL QUARTIERE POVERO di Albert Camus
Dal cielo azzurro scendevano milioni di bianchi sorrisi. Giocavano sulle foglie piene di pioggia, nelle pozzanghere, sul tufo umido dei viali, volavano fino alle tegole di sangue fresco, e risalivano ad ali spiegate verso i laghi daria e di sole da cui poco prima erano traboccati. Tutto ciò creava una grande animazione, un incessante andirivieni dal cielo alla terra, tra padiglioni dospedale coi tetti rossi e i cancelli bianchi. Come uno sciame di bambini fuori dalla scuola, un flusso di malati uscì dalla stanza dei tubercolotici. Si trascinavano dietro delle sedie a sdraio che ostacolavano la loro marcia. Erano brutti e ossuti, e siccome si strozzavano per le risa e la tosse, dal loro gruppo saliva un frastuono nellaria sensibile del mattino. Si sistemarono in cerchio sulla sabbia ancora bagnata di un viale. Ci furono ancora risate, brevi parole, colpi di tosse. Ancora un istante e poi un silenzio improvviso. Esisteva solamente il sole. Era piovuto molto sullospedale nella notte e quel mattino di maggio portava il sole. Lo aveva preannunciato un lungo rigonfiamento dietro le nuvole. Poi era sorto e girandosi da tutte le parti aveva messo in fuga le ultime ombre del temporale. Adesso era il signore del cielo. Per un minuto i malati abbandonarono i loro corpi al languore dellaria. Poi riprese la conversazione. Ridevano fragorosamente. Ridevano di uno di loro che non aveva tutto il senno. Era un ex barbiere: due polmoni bucati da caverne, la mente che affondava nella mitomania. A sentir lui aveva pettinato a Parigi le più celebri teste dEuropa. Gustavo V di Svezia non si era mostrato superbo. E il barbiere era convinto che la Francia avrebbe visto prosperare i suoi affari se fosse stata governata da un uomo simile. Ma le risate erano scoppiate al momento di una sorprendente storia di suicidio. Allinizio della sua malattia questuomo si era trovato impedito di lavorare, indebolito, senza mezzi e disperato di fronte alla miseria che era venuta ad abitare tra sua moglie e i suoi figli. Non aveva pensato alla morte, ma un giorno si era buttato sotto le ruote di unauto che passava. «Così.» Solo che lautomobilista aveva frenato a tempo e nel suo furore di uomo di buona salute a cui vogliono creare dei fastidi lo aveva cacciato con un calcio ben assestato. Da quel giorno il barbiere non aveva più osato morire. Avevano riso. E poi avevano pensato: «E di Jean Perès, che cosa ne è? Quello della Compagnia del Gas? È morto. Era malato solo da un polmone. Ma è voluto tornare a casa. E lì cera sua moglie, e sua moglie ha una salute di ferro. A lui la malattia lo aveva reso così. Era sempre addosso a sua moglie. Lei non voleva, ma lui non sentiva ragioni. E così, due, tre volte al giorno, un uomo malato finisce per ammazzarsi». Tutti quanti furono daccordo che con qualche precauzione se la potevano cavare. Soprattutto uno, piccolo commerciante: «La tubercolosi è lunica malattia che si riesca a guarire. Solo che ci vuole del tempo». Lassù navigava un minuscolo aeroplano. Il suo dolce ronzio giungeva fino a quegli uomini. In quello sbocciare dellaria, in quella fertilità del cielo, sembrava che lunico compito degli uomini fosse quello di sorridere. Faceva bene. Per quei corpi senza carne, ridotti a linee ossute, la mano calda del sole più penetrante accarezzava gli organi più reconditi. Unanima fluttuava dal loro corpo, forse la loro, che adesso era uscita, come una bella ragazza che lascia la casa ai primi raggi del sole. E uno ha detto: «Il male viene in fretta, ma prima che se ne vada ci vuole tempo». Una pausa. Tutti hanno gli occhi al cielo. Una voce sè alzata: «Sì, è una malattia da ricchi». Un altro ha sbadigliato: «Ah! Un po prima, un po dopo». Laeroplano ritornava sopra le teste alzate. A contemplarlo troppo a lungo ci si stancava. Adesso discutevano e animatamente. Con tutte le loro forze, coloravano di speranza il loro futuro. Uno di loro alla sera aveva solo 38° invece di 38°,5. Un altro conosceva un tubercolotico al terzo stadio che era morto a 70 anni. Così vivevano questi uomini, temendo soltanto la morte, augurandosi invece la morte di tutti, quella che è in un futuro più lontano. Si era alzata una leggera brezza. Gli olivi del giardino si sollevavano lentamente e lasciavano apparire la loro pagina argentata. I grandi eucalipti dai tronchi a brandelli lanciavano i loro rami da ogni parte del cielo. Una lunga scampanellata. Le dieci e mezzo. Lora della colazione. Nel giardino improvvisamente deserto presto non ci fu altro che il ricordo di quella mattina di maggio in cui si erano riuniti degli uomini, molti dei quali sono morti e alcuni guariti.
Da Le voci del quartiere povero, Rizzoli, Milano 1974.
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