
Numero ventitre - gennaio
1998
Walter
Benjamin (Berlino 1892-Port Bou, Spagna, 1940) fu filosofo e critico letterario
tedesco di origine ebraica. Studiò a Berlino, Friburgo e Monaco e si laureò a Berna
(1918) con una importante dissertazione sul Concetto di critica darte nel
romanticismo tedesco. Risale agli anni della giovinezza lamicizia con G.
Scholem, studioso della mistica ebraica, e con il filosofo E. Bloch. Tra il 23 e il
25 lavorò a un libro sul Dramma barocco tedesco, con il quale sperava di
ottenere la libera docenza alluniversità di Francoforte; ma lopera, che
dietro la metafora dellarte barocca cela laudace applicazione del metodo
dialettico allarte moderna e alle sue categorie, prima fra tutte quella di
allegoria, non fu compresa e la docenza gli venne rifiutata. Influenzato dal pensiero di
Lukàcs e da una giovane rivoluzionaria lettone, Asja Lacis, Benjamin si avvicinò
brevemente al marxismo e, nel 1926-27, soggiornò a Mosca con la Lacis.
Dallesperienza nascerà il Diario moscovita pubblicato postumo, e le vivaci
scene di vita cittadina di Mosca. Lasciata Berlino allavvento del nazismo,
Benjamin riparò a Parigi, da dove collaborò con lIstituto per la ricerca sociale
di T. W. Adorno e M. Horkheimer negli Stati Uniti. Dopo linvasione della Francia,
avrebbe dovuto anchegli fuggire negli USA, ma fu bloccato alla frontiera e, temendo
di essere consegnato ai tedeschi, si uccise. Benjamin ha lasciato saggi capitali su Kafka,
Goethe, Baudelaire; folgoranti aforismi (ai quali si ispirerà largamente Adorno, che
riconobbe Benjamin come uno dei suoi maestri), impressioni di viaggio, pagine di ricordi,
nonché testi di più diretto impegno teorico: Il compito del traduttore (1926); Lopera
darte nellepoca della sua riproducibilità tecnica (1936). A partire dal
1955, con la pubblicazione di una raccolta dei suoi scritti a cura di Adorno, il pensiero
di Benjamin ha influenzato profondamente i nuovi studi di storia e di critica letteraria.
In questo numero e
nel prossimo pubblichiamo un saggio inedito su Walter Benjamin
e Franz Kafka del professor Giulio Schiavoni.
Walter Benjamin e Franz Kafka:
ebrei tedeschi in un "territorio senza strade"
di Giulio
Schiavoni
(I)
Walter Benjamin
è un saggista sufficientemente noto in Italia perché occorra ripercorrere diffusamente
le varie stazioni, gli sviluppi, le interruzioni e le cesure nonché i neo-orientamenti
presenti nella sua produzione1. E daltro canto è anche un autore troppo
anguillesco e complesso perché appaiano soddisfacenti le letture critiche del suo
pensiero via via delineatesi o perché ci si possa sentire legittimati a utilizzarlo nei
modi più impensati. Scriveva in proposito qualche anno fa Cesare Cases: «Benjamin va
bene per tutti: per il pensiero negativo, per il marxismo antihegeliano e utopista, per
lestetica della ricezione, per quella che vuol trasformare il ricettore in
produttore, per i ricamatori di elzeviri e i distillatori di aforismi, per i rivoluzionari
molecolari a ruota libera nonché per la filosofia fricchettona, che lo scambia per
Hermann Hesse perché entrambi hanno assaggiato un po di droga. Un precursore di
questultima tendenza, tale Salzinger, scrisse una decina danni fa un
divertente libretto (Swinging Benjamin) in cui tra laltro confrontava nella
stessa pagina testimonianze contraddittorie: chi lo trovava grasso, chi magro; chi
ascetico e introverso, chi socievole e donnaiolo. Questo in vita, figuriamoci poi in
morte. E ancora non si è ben capito se vinceva le partite di scacchi perché era un
automa materialistico con dentro un nano teologico [lallusione è qui a una delle
più controverse figurazioni benjaminiane presenti nelle Tesi di filosofia della storia
del 1940], oppure un automa teologico con dentro un nano materialistico. Fatto sta che
vince tutte le partite, anzi ha dato scacco matto anche ad Adorno e a tutti i
francofortesi vendetta postuma per le loro critiche e in pratica è rimasto
solo a dominare il campo assieme a Heidegger»2.
A dire il vero,
oramai anche questo disincantato giudizio di Cases andrebbe corretto, nel senso che lo
stesso Benjamin sembra oggi svanito in punta di piedi, sebbene sia stato molto amato e
abbia finito per diventare quasi una figura di culto, anche da noi in Italia, dove il suo
pensiero ha iniziato a circolare grazie alla celebre antologia Angelus Novus,
curata nel 1962 da Renato Solmi per leditore Einaudi, che ha avviato la traduzione
completa delle sue Opere. Di fronte a certe soverchie infatuazioni nostrane per
questo autore, Cases maliziava nel 1987 riprendendo una categoria
squisitamente ebraica (quella del messianismo): «Si legge nel Talmud che il Messia
arriverà (in Italia, naturalmente) solo nel momento esatto in cui sarà stata
adeguatamente tradotta [in italiano, sintende] lultima parola scritta da
Benjamin».
Malizie a parte, si
direbbe che la figura e lopera di Walter Benjamin rientrino in maniera esemplare in
una costellazione concettuale costituita dalle categorie dellassimilazione, della
diversità e dellesclusione per il carattere emblematico, quasi paradigmatico della
stessa vicenda esistenziale. Il déracinement, il nomadismo di questebreo
berlinese nato nel 1892, emarginato ed errabondo, viaggiatore incallito e appassionato
collezionista, ha origine nella sua diaspora biografica stessa. La sua è una vita giocata
sul rischio e sulla provvisorietà, allinsegna della precarietà, unesistenza
che vede convivere ebbrezza e tragedia, posizioni estreme sempre più sollecitate dalla
storia circostante, da quel "paesaggio desertico" a cui gli apparirà essersi
ridotta lEuropa in unultima lettera del 1940 allamico Gershom Scholem,
poco prima di togliersi la vita alla frontiera franco-spagnola per timore di finire in
mano ai nazisti (del resto suo fratello Georg, medico di fede comunista, morrà in un
campo di concentramento).
Se si potesse
stabilire qualche parentela con modelli sintomatici, Benjamin potrebbe rivelare una
straordinaria vicinanza alla figura paradigmatica dellebreo in quanto intellettuale
in senso moderno rappresentata in Germania dal lacerato, beffardo e infelice Heinrich
Heine: il prototipo, cioè, dellintellettuale disinserito dal sistema, oppositore
della società, pronto a rimettere continuamente in discussione ogni cosa, a cercare nuove
vie e a varcare i confini stabiliti. «Privata dei nomi ebraici, senza quel lievito
ha scritto recentemente Sergio Quinzio la cultura di lingua tedesca del secolo
scorso e della prima metà del nostro, nella quale non è difficile riconoscere il vertice
della cultura moderna, sarebbe irriconoscibile. Le aperture più audaci come gli
inabissamenti più profondi sono loro, nati dallimpatto della loro storia millenaria
con la realtà tedesca dellepoca. Non si tratta di creazioni ebraiche, ovvero (...)
in esplicita continuità con la tradizione del giudaismo; e non si tratta di creazioni
tipicamente tedesche, perché in un modo o nellaltro manifestano sempre
linsofferenza per ogni chiusura nella totalità concettuale di un sistema e fanno
emergere lesperienza concreta dellesistenza. Si tratta appunto del prodotto di
una simbiosi, di un ibrido, ma di un ibrido, in ogni senso, eccezionalmente fecondo»3.
Ecco come Benjamin
descriveva se stesso in un suo curriculum vitae del 1934: «Nel marzo del 1933,
quarantunenne, cittadino tedesco, ho dovuto lasciare la Germania. Di colpo, con la
rivoluzione tedesca in quanto scrittore e ricercatore indipendente fui defraudato delle
basi per la mia sussistenza; ancora di più: non fui più sicuro della mia libertà
personale, sebbene dissidente e non aderente ad alcun partito politico. Nello stesso mese
mio fratello è stato oggetto di gravi maltrattamenti e trattenuto fino a Natale in un
campo di concentramento... La mia speranza di avviare una vita autonoma a Parigi purtroppo
non ha avuto successo... In Danimarca ho avuto una sistemazione provvisoria presso una
famiglia amica, quella dei Brecht. Posso però preventivare solo per breve tempo
lospitalità della famiglia Brecht. Daltro canto sono totalmente privo di
sostanze; lunica cosa che possiedo è una piccola biblioteca per i miei lavori che
ha trovato rifugio presso la casa del signor Brecht»4.
Allinsegna
della precarietà si pone anche, del resto, la maggior parte dei suoi progetti letterari,
rimasti allo stato di abbozzi o frammenti, specialmente il cosiddetto Passagen-Werk5.
Come non ricordare la risposta che nel 1932, alla vigilia dellesilio, egli diede a
Gershom Scholem che gli aveva formulato gli auguri per il 40° compleanno, e che suona
quasi come un amaro bilancio: «Molti o taluni dei miei lavori è vero che sono stati
vittorie nel piccolo, ma ad essi corrispondono le sconfitte nel grande»6?
Anche la posizione di
Benjamin in seno allebraismo novecentesco, data la forte coloritura personale e
sostanzialmente eterodossa che caratterizza questo pensatore è molto particolare (una
figuralità di matrice ebraica agirà in molti suoi scritti: dalle riflessioni giovanili
sul linguaggio e sulla traduzione al breve e denso Frammento teologico-politico, al
suo decisivo saggio del 1934 intitolato Franz Kafka. Per il decennale della morte,
fino al suo testamento spirituale del 1940, Über den Begriff der Geschichte
noto solitamente come Tesi di filosofia della storia; variazioni su motivi di
ispirazione ebraica sono quelli dellAngelus Novus, dellomino gobbo ecc.). Si
pensi ad esempio al dibattito sul sionismo e sul recupero della tradizione, alla
dialettica tra memoria ed oblio e al problema del tramandamento e del possibile
"salvataggio" del patrimonio culturale, nonché ai temi messianici.
A proposito di questi
nodi cruciali Benjamin sembra vivere una situazione di esilio nellesilio (nel Galuth
che da sempre accompagna gli ebrei della diaspora), sembra incarnare la posizione di chi
resta sulla soglia, quasi spiando i processi in atto nella storia; come Franz Kafka, da
Benjamin definito "langelo malato" che vive nella sventura, lontano dal
Sacro, nel quale egli ha visto riverberarsi come in uno specchio la
coscienza del destino storico (la solitudine e lo sradicamento) degli ebrei tedeschi della
sua generazione. Non a caso in una lettera del 1934 allamico Werner Kraft, parlando
del già menzionato saggio su Kafka apparso quellanno nella rivista "Jüdische
Rundschau", egli confessa di sentirsi condotto - proprio attraverso Kafka - a un
crocevia e al reperimento di una bussola: «Questo studio mi ha condotto a un crocevia
delle mie idee e delle mie riflessioni [...]; proprio le ulteriori considerazioni a esso
dedicate promettono di avere per me il valore che ha la consultazione di una bussola in un
territorio senza strade» (eine Ausrichtung im Kompaß auf weglosem Gelände)7.
Lammissione di
trovarsi "in un territorio senza strade" non era una resa allopacità e
neppure una confessione di nihilismo; era piuttosto il suo peculiare modo di compiere una
ricognizione o una perlustrazione del deserto, il cui attraversamento è componente
esperienziale decisiva per lebreo di ogni epoca. Non sorprenda qui questo
accostamento figurale. Nel caso specifico di Benjamin quel deserto faceva un tuttuno
con lestremo impoverirsi dellesperienza delluomo contemporaneo (una
categoria, questa dellesperienza, davvero centrale nel suo pensiero). Walter
Benjamin appartiene infatti a quella generazione di scrittori ebreo-tedeschi la cui
esistenza sembra caratterizzata dallincontro con il dissolversi dei valori
tradizionali o più in generale di quel tesoro di esperienze trasmesso di
generazione in generazione che egli chiama anche "saggezza". Come non ricordare
il passo del suo saggio che ha per titolo Di alcuni motivi in Baudelaire in cui, un
anno prima di morire, scriveva: «Per chi non può più fare alcuna esperienza non
cè conforto»? Oppure le sconsolate constatazioni di un suo breve scritto del 1933,
Esperienza e povertà: «Siamo diventati poveri. Abbiamo ceduto un pezzo dopo
laltro delleredità umana, spesso abbiamo dovuto depositarlo al Monte di
pietà, a un centesimo del valore, per riceverne in anticipo la monetina
dellattuale»8? O, infine, il passo del suo splendido saggio su Leskov, Il
narratore (1934), dedicato al tramonto della tradizione orale e nel quale (prima di
affermare linenarrabilità dellesperienza bellica, distanziandosi
polemicamente dalla "fiumana dei libri di guerra") egli scrive: «Le azioni
dellesperienza sono in ribasso. E si direbbe che questa caduta continui senza che
nulla possa arrestarla. Ogni occhiata al giornale ci rivela che essa è caduta ancora più
in basso, che non solo limmagine del mondo esterno, ma anche quella del mondo morale
ha subìto da un giorno allaltro trasformazioni che non avremmo mai ritenuto
possibili. Con la guerra mondiale cominciò a manifestarsi un processo che da allora non
si è più arrestato. Non si era visto che, alla fine della guerra, la gente tornava dal
fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile?»9.
Questa impostazione
si lega in Benjamin a una costante polemica con il pensiero storicistico, con la salda
fiducia cioè in un presente pieno e in un futuro dallo happy end garantito
(polemica che troverà la sua massima esplicitazione nelle Tesi di filosofia della
storia, che rivendicano lurgenza di porre un freno a quellinfernale
accelerazione che il tempo nellepoca moderna ha subìto: nelle Tesi
si insisterà sul compito di interrompere il continuum storico, di arrestare
laccelerazione del tempo moderno, quella "catastrofe" che gli uomini
chiamano progresso e di fronte a cui resta agghiacciato persino lAngelo della
storia, ritratto in quellAngelus Novus disegnato da Paul Klee al quale Benjamin ha
dedicato un celebre commento. Le interpretazioni storicistiche, nel loro ottimismo, sono
convinte di poter intravedere nel decorso dellumanità un arricchimento, mentre in
realtà a giudizio di Benjamin non fanno altro che riscuotere la
"monetina dellattuale". Agli occhi del saggista berlinese neppure il
processo della Tradizione appare al riparo dalla barbarie; sicché occorre guardare con
sentimento di estrema cautela al passato, alla cosiddetta "Erbe", ossia al
patrimonio culturale, il quale ha per Benjamin "unorigine a cui non si può
pensare senza orrore" e "deve la propria esistenza non solo alla fatica dei
grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro
contemporanei"10. Si dovrà perciò scegliere la povertà
dellesperienza odierna come punto di inizio, di opporre la propria tradizione
continuamente interrotta e soffocata a quella trionfante e consolidata dei vincitori.
Nato nel 1892 in una
famiglia borghese, cresciuto nel clima dellebraismo emancipato, Benjamin ha
conosciuto via via il crollo del mondo precedente alla prima guerra mondiale, il
dissolversi dello stato e della società nella Repubblica di Weimar, lavvento del
nazismo e la conseguente bancarotta del pensiero liberal-democratico in Germania. A
Parigi, più ancora che a Berlino, egli è stato sensibile agli sconvolgimenti legati alla
vita delle grandi metropoli moderne, in cui sembra andato dissolto il piacere di
assimilare le esperienze nel loro carattere di unicità.
(fine prima parte)
Seconda parte
Giulio Schiavoni insegna
Lingua e Letteratura tedesca presso la Seconda Facoltà di Lettere e Filosofia
dellUniversità di Torino (sede di Vercelli). Principali pubblicazioni: Hermann
Broch, La Nuova Italia, Firenze 1976; Walter Benjamin - Sopravvivere alla cultura,
Sellerio, Palermo 1980; Guenter Grass, La Nuova Italia, Firenze 1980. Ha curato
(con Ferruccio Masini) il volume Mito, fiaba, allegoria, Sellerio, Palermo 1983; la
miscellanea Caleidoscopio benjaminiano (insieme a Enzo Rutigliano), Studi
Germanici, Roma 1989 e i volumi Il piacere della paura. Dracula e il crepuscolo della
dignità umana, DellOrso, Alessandria 1996 e Dalla parte di Medea.
Prospettive su Christa Wolf , in corso di pubblicazione presso leditore Franco
Angeli, Milano. Tra le traduzioni dal tedesco: J.J. Bachofen, Il matriarcato,
Einaudi, Torino 1989; G. Buechner, Woyzeck, Rizzoli, Milano 1995.
Note
_____________________________
1 Per
una rassegna articolata della sua composita ricezione non soltanto in Italia in epoca
recente cfr. in particolare: Reinhard Markner e Thomas Weber (Hrg.), Literatur über
Walter Benjamin. Kommentierte Bibliographie 1983-1992, Argument, Berlin 1993. - Le
opere di Walter Benjamin sono pubblicate in edizione critica dalleditore Suhrkamp:
cfr. W. B., Gesammelte Schriften, hrg. von R. Tiedemann, H. Schweppenhäuser e
altri, Frankfurt a. M. 1972 sgg. In italiano è in corso ledizione complessiva degli
scritti benjaminiani presso leditore Einaudi. - I molteplici interventi di Benjamin
su Kafka sono radunati nel volumetto tascabile Benjamin über Kafka. Texte,
Briefzeugnisse, Aufzeichnungen, hrg. von H. Schweppenhäuser, Suhrkamp, Frankfurt a.
M. 1981. Il saggio Franz Kafka. Per il decennale della morte (1934) è disponibile
nellantologia Angelus Novus, ed. it. Einaudi, Torino 1962 (nuova ed. 1996).
2 Cfr.
C. Cases, Fare arrivare il Messia, in: E. Rutigliano e G. Schiavoni (a cura di),
Caleidoscopio benjaminiano, Istituto Italiano di Studi Germanici, Roma 1987, pp.
60-61.
3
Cfr. S. Quinzio, Introduzione al volume: Ebraismo e cultura tedesca, a cura di C.
Resta, Messina 1990, p. 8.
4 Cfr.
W. Benjamin, Lebenslauf, in: Zur Aktualität Walter Benjamins, hrg. von
S. Unseld, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1972, p. 12.
5 È
lopera incompiuta di Benjamin dedicata a Parigi e a Baudelaire e tradotta in
italiano con il titolo Parigi capitale del XIX secolo, Einaudi, Torino 1986.
6 Cit.
ted. in: Zur Aktualität Walter Benjamins , cit., p. 9.
7 Lettera
da San Remo a Werner Kraft datata 12 novembre 1934 in: W. B., Lettere 1913-1940,
ed. it. Einaudi, Torino 1978, p. 265.
8 Cfr.
W. Benjanin, Esperienza e povertà, ed. it. in: Metaphorein, anno 1, n.
3 (marzo-giugno 1978), p. 16.
9 Cfr.
W. Benjamin, "Il narratore", in: Id., Angelus Novus (1962), cit., pp.
235-36.
10
Cfr. W. Benjamin, "Tesi di filosofia della storia", in: Id., Angelus Novus,
cit., pp. 75-76.
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