22- novembre 97

 

Numero ventidue - novembre 1997

 

 

BOUSQUET, EROE MISTICO

di Guido Davico Bonino

 

 La malattia, in letteratura, conserva uno straordinario potere di irradiazione e di cooptazione. Ma ancora più stringente è il suo buio fascino quando, dietro la reinvenzione della scrittura, c’è una reale esperienza di vita, dolorosamente attraversata. Un gruppo di intellettuali francesi, tra Parigi, Narbonne e Carcassonne, decide di ricordare, nel centenario della nascita, un grande scrittore del nostro tempo, che in Italia attende ancora d’esser conosciuto come merita. E scopre che questo scrittore conta, nel suo paese, un numero sorprendente di fedelissimi soprattutto tra i giovani, pronti a parlarne, a discuterne, persino a leggerlo in pubblico. Lo scrittore si chiama Joë Bousquet, nacque a Narbonne nel marzo del 1897 e morì nell’ospedale di Carcassonne nel settembre 1950. Morte, dunque, prematura: ma ciò che caratterizza l’esistenza di Bousquet è il destino, amarissimo, che la sorte gli riserva. Brillantissimo liceale, appena dopo la maturità, Joë chiede d’essere spedito in guerra come sottotenente di fanteria, in un battaglione d’attacco, composta da ex reclusi per delitti comuni, e guidato da un gesuita, padre Louis Houdard, che vieta ai suoi, durante la battaglia, di sostare presso i compagni feriti: "All’uomo che teme solo la morte, non imporre mai la vista di un’agonia".

Joë (i ragazzi francesi che lo leggono ora, lo chiamano così, come un fratello maggiore), in venti mesi di guerra, ottiene una croce al valore, una medaglia, e la Légion d’Honneur. Il 27 maggio 1918 un proiettile lo coglie in pieno petto, gli attraversa i polmoni, raggiunge la colonna vertebrale, trancia il midollo tra la quinta e la quarta vertebra. Per Joë sono tre mesi di coma, in cui scorge "il diamante delle vertigini: poi, sotto i ferri d’uno zio chirurgo (la sua è famiglia di medici), scampa alla morte: sarà interamente paralizzato nelle membra inferiori, "crocifisso nella propria carne": un solo rene funziona, dovrà, per trentadue anni, subire due volte al giorno la sonda. Così a lungo, infatti, Joë convivrà col proprio corpo, "che l’opprime come il coperchio d’una bara". Trasferito nella casa del nonno, al 41 di rue Verdun a Carcassonne (oggi per i fans di Bousquet un indirizzo "mitico"), Joë comincia "la vita d’un condannato". Ma, sempre nella stessa camera, per lo più sdraiato a letto, qualche ora al giorno in sedia a rotelle, Bousquet comincia a scrivere: all’inizio visto che lui stesso pensa che la sua sopravvivenza sia "uno scandalo medico", sono tracce o parvenze di libri, canovacci incompiuti, raccolte di appunti: poi, immerso nel sudore "che l’agonia ha rifiutato", "cacciato innanzi dal suo essere stesso", Joë incomincia a progettarli più compiutamente. E nasce un’opera fatta di molti titoli, che spazia dalla critica letteraria e artistica alla poesia, del racconto al romanzo: ma è come se Joë passando da genere a genere, non scrivesse che un libro solo, un ininterrotto racconto di sé, un fittissimo journal intime: anzi, a volerlo definire in maniera un poco perentoria, l’immenso Diario di un’Anima. All’inizio, le pagine di questo diario sono ancora percorse dai fremiti della sensualità: "Duramente ferito, privato d’ogni forza, ho conservato intatto il desiderio del mio corpo in rovina…", leggiamo in uno dei primi libri, che è apparentemente un romanzo, La tisane des sarments del 1936: ed è una confessione d’una disarmata disperazione, che le visite d’alcune giovani amate (Alice, Ginette i loro nomi) non riescono a dissipare. Poi, lentamente, giorno dopo giorno, mentre altre visite (di letterati, filosofi, pittori) prendono a sgranarsi (cito tra i pittori, di cui Joë fu un magnifico decifratore, Ernst, Dalí, Fautrier, Bellmer, Miró, Tal Coat, Klee, Masson), mentre "il padrone di casa", dal suo grande letto-naviglio, ingaggia appassionate battaglie letterarie a distanza (per esempio, a fianco di Breton, e dei surrealisti), il suo viaggio mentale si fa sempre più interiore. Un amico del cuore, René Nelli, data al 1937 la svolta, dopo la quale Joë prende ad accettare l’orrore del proprio destino, "fa corpo col proprio povero corpo", cancella bruscamente i propri ricordi di un passato annientato e punta dritto alla conquista di un nuovo equilibrio e di una felicità "altra". È a partire di qui che l’opera di Bousquet, se gli specialisti del pensiero religioso ci passano la formula, di un grande Mistico Laico. Pieno di speranza e al tempo stesso estenuato, teso di continuo ad affinarsi interiormente, eppure spesso scontento di sé (ha l’orrore degli scrittori, che, nel confessarsi, "caricaturizzano il proprio pensiero, ne accentuano i tratti, sino ad ottenere che gli uomini si divertano di ciò che avrebbe dovuto essere la loro ragione di vita"), Joë rifiuta d’essere giudicato cristiano ("Non vorrei che si confrontasse la mia esperienza con quella dei fedeli"): semmai, è tutto proteso a cercare la vera essenza dell’uomo, la quale risiede solo nel suo pensiero: per questo nelle pagine ch’egli distilla, tende semmai a spogliare "la coscienza della sua continuità illusoria": "Conosciamo la bontà, il coraggio, la carità, e mimiamo anche abbastanza bene questi sentimenti: ma rapportarci ad essi equivale a sentire in noi quanto ne difettiamo". La sua ricerca (ecco perché l’abbiamo definito, paradossalmente, un mistico) diventa dunque la ricerca "dell’esplosione del Nulla a cui diamo asilo": giacché noi tutti "ci rifugiamo nell’immagine dell’uomo". Via via che riflessioni come queste vedono la luce, Bousquet conosce a Parigi, e in tutta la Francia, una notorietà crescente. La cerchia degli amici s’allarga: Valéry, Gide, Eluard, Aragon, Benda, che durante la seconda guerra e la persecuzione degli ebrei trova presso Bousquet addirittura rifugio. Nel 1942 Simone Weil, che si sta recando all’abbazia di Saint-Calcat per l’Uffizio della Settimana Santa, entra nella camera del "recluso" è un incontro per ambedue folgorante, da cui nascerà un’intensa corrispondenza (edita, per fortuna, anche in Italia). Cinque anni dopo, le sofferenze fisiche incominciano a farsi crudeli: "O i miei sogni mentono, o la mia fine è vicina", annota bruscamente Joë. Scrive ormai di sé in terza persona: "Non lo giudichiamo, egli non si giudicava… La sua paura era che si facesse di lui un modello. Egli si rifugiava dietro l’invisibile". Nell’aprile del 1950 una crisi d’uremia lo devasta. Chiede ai medici di non curarlo più. dice agli amici: "Appartengo ad un tempo in cui non si sognerà, perché l’uomo stesso sarà diventato un sogno". Muore il 27 settembre. Qualcuno, per condensare il senso dell’esperienza di Joë, ricorda, dopo le esequie, una frase di Weil: "Non si è se stessi che nel proprio cuore, si ama solo ciò che fa di lui un asilo, si è felici solo per il modo in cui si può essere l’essere di sé".

 

 Da «La Stampa». 19 luglio 1997.

      

Numero ventidue