BOUSQUET, EROE MISTICO
di Guido Davico Bonino
La malattia, in letteratura, conserva uno
straordinario potere di irradiazione e di cooptazione. Ma ancora più stringente è il suo
buio fascino quando, dietro la reinvenzione della scrittura, cè una reale
esperienza di vita, dolorosamente attraversata. Un gruppo di intellettuali francesi, tra
Parigi, Narbonne e Carcassonne, decide di ricordare, nel centenario della nascita, un
grande scrittore del nostro tempo, che in Italia attende ancora desser conosciuto
come merita. E scopre che questo scrittore conta, nel suo paese, un numero sorprendente di
fedelissimi soprattutto tra i giovani, pronti a parlarne, a discuterne, persino a leggerlo
in pubblico. Lo scrittore si chiama Joë Bousquet, nacque a Narbonne nel marzo del 1897 e
morì nellospedale di Carcassonne nel settembre 1950. Morte, dunque, prematura: ma
ciò che caratterizza lesistenza di Bousquet è il destino, amarissimo, che la sorte
gli riserva. Brillantissimo liceale, appena dopo la maturità, Joë chiede dessere
spedito in guerra come sottotenente di fanteria, in un battaglione dattacco,
composta da ex reclusi per delitti comuni, e guidato da un gesuita, padre Louis Houdard,
che vieta ai suoi, durante la battaglia, di sostare presso i compagni feriti:
"Alluomo che teme solo la morte, non imporre mai la vista di
unagonia".
Joë (i ragazzi francesi che lo leggono ora, lo
chiamano così, come un fratello maggiore), in venti mesi di guerra, ottiene una croce al
valore, una medaglia, e la Légion dHonneur. Il 27 maggio 1918 un proiettile lo
coglie in pieno petto, gli attraversa i polmoni, raggiunge la colonna vertebrale, trancia
il midollo tra la quinta e la quarta vertebra. Per Joë sono tre mesi di coma, in cui
scorge "il diamante delle vertigini: poi, sotto i ferri duno zio chirurgo (la
sua è famiglia di medici), scampa alla morte: sarà interamente paralizzato nelle membra
inferiori, "crocifisso nella propria carne": un solo rene funziona, dovrà, per
trentadue anni, subire due volte al giorno la sonda. Così a lungo, infatti, Joë
convivrà col proprio corpo, "che lopprime come il coperchio duna
bara". Trasferito nella casa del nonno, al 41 di rue Verdun a Carcassonne (oggi per i
fans di Bousquet un indirizzo "mitico"), Joë comincia "la vita
dun condannato". Ma, sempre nella stessa camera, per lo più sdraiato a letto,
qualche ora al giorno in sedia a rotelle, Bousquet comincia a scrivere: allinizio
visto che lui stesso pensa che la sua sopravvivenza sia "uno scandalo medico",
sono tracce o parvenze di libri, canovacci incompiuti, raccolte di appunti: poi, immerso
nel sudore "che lagonia ha rifiutato", "cacciato innanzi dal suo
essere stesso", Joë incomincia a progettarli più compiutamente. E nasce
unopera fatta di molti titoli, che spazia dalla critica letteraria e artistica alla
poesia, del racconto al romanzo: ma è come se Joë passando da genere a genere, non
scrivesse che un libro solo, un ininterrotto racconto di sé, un fittissimo journal
intime: anzi, a volerlo definire in maniera un poco perentoria, limmenso Diario
di unAnima. Allinizio, le pagine di questo diario sono ancora percorse dai
fremiti della sensualità: "Duramente ferito, privato dogni forza, ho
conservato intatto il desiderio del mio corpo in rovina
", leggiamo in uno dei
primi libri, che è apparentemente un romanzo, La tisane des sarments del 1936: ed
è una confessione duna disarmata disperazione, che le visite dalcune giovani
amate (Alice, Ginette i loro nomi) non riescono a dissipare. Poi, lentamente, giorno dopo
giorno, mentre altre visite (di letterati, filosofi, pittori) prendono a sgranarsi (cito
tra i pittori, di cui Joë fu un magnifico decifratore, Ernst, Dalí, Fautrier, Bellmer,
Miró, Tal Coat, Klee, Masson), mentre "il padrone di casa", dal suo grande
letto-naviglio, ingaggia appassionate battaglie letterarie a distanza (per esempio, a
fianco di Breton, e dei surrealisti), il suo viaggio mentale si fa sempre più interiore.
Un amico del cuore, René Nelli, data al 1937 la svolta, dopo la quale Joë prende ad
accettare lorrore del proprio destino, "fa corpo col proprio povero
corpo", cancella bruscamente i propri ricordi di un passato annientato e punta dritto
alla conquista di un nuovo equilibrio e di una felicità "altra". È a partire
di qui che lopera di Bousquet, se gli specialisti del pensiero religioso ci passano
la formula, di un grande Mistico Laico. Pieno di speranza e al tempo stesso estenuato,
teso di continuo ad affinarsi interiormente, eppure spesso scontento di sé (ha
lorrore degli scrittori, che, nel confessarsi, "caricaturizzano il proprio
pensiero, ne accentuano i tratti, sino ad ottenere che gli uomini si divertano di ciò che
avrebbe dovuto essere la loro ragione di vita"), Joë rifiuta dessere giudicato
cristiano ("Non vorrei che si confrontasse la mia esperienza con quella dei
fedeli"): semmai, è tutto proteso a cercare la vera essenza delluomo, la quale
risiede solo nel suo pensiero: per questo nelle pagine chegli distilla, tende semmai
a spogliare "la coscienza della sua continuità illusoria": "Conosciamo la
bontà, il coraggio, la carità, e mimiamo anche abbastanza bene questi sentimenti:
ma rapportarci ad essi equivale a sentire in noi quanto ne difettiamo". La sua
ricerca (ecco perché labbiamo definito, paradossalmente, un mistico) diventa dunque
la ricerca "dellesplosione del Nulla a cui diamo asilo": giacché noi
tutti "ci rifugiamo nellimmagine delluomo". Via via che riflessioni
come queste vedono la luce, Bousquet conosce a Parigi, e in tutta la Francia, una
notorietà crescente. La cerchia degli amici sallarga: Valéry, Gide, Eluard,
Aragon, Benda, che durante la seconda guerra e la persecuzione degli ebrei trova presso
Bousquet addirittura rifugio. Nel 1942 Simone Weil, che si sta recando allabbazia di
Saint-Calcat per lUffizio della Settimana Santa, entra nella camera del
"recluso" è un incontro per ambedue folgorante, da cui nascerà unintensa
corrispondenza (edita, per fortuna, anche in Italia). Cinque anni dopo, le sofferenze
fisiche incominciano a farsi crudeli: "O i miei sogni mentono, o la mia fine è
vicina", annota bruscamente Joë. Scrive ormai di sé in terza persona: "Non lo
giudichiamo, egli non si giudicava
La sua paura era che si facesse di lui un
modello. Egli si rifugiava dietro linvisibile". Nellaprile del 1950 una
crisi duremia lo devasta. Chiede ai medici di non curarlo più. dice agli amici:
"Appartengo ad un tempo in cui non si sognerà, perché luomo stesso sarà
diventato un sogno". Muore il 27 settembre. Qualcuno, per condensare il senso
dellesperienza di Joë, ricorda, dopo le esequie, una frase di Weil: "Non si è
se stessi che nel proprio cuore, si ama solo ciò che fa di lui un asilo, si è felici
solo per il modo in cui si può essere lessere di sé".
Da «La Stampa». 19 luglio 1997.