22- novembre 97

 

Numero ventidue - novembre 1997

 

 

Alain

IL GIORNO DEI MORTI

 

Il culto dei morti è una bella usanza e la festa dei morti è collocata al momento giusto; quando diventa manifesto a chiari segni che il sole ci abbandona. I fiori disseccati, le foglie gialle e rosse su cui camminiamo, le notti lunghe e i giorni pigri che sembrano sere, tutto questo fa pensare alla fatica, al riposo, al sonno, al passato. La fine di un anno è come la fine di un giorno o di una vita. Non offrendo allora l’avvenire che notte e sonno, è naturale che il pensiero ritorni su ciò che è stato compiuto, e si faccia storico. Vi è armonia tra i costumi, il tempo che fa e il corso dei nostri pensieri. Così più di un uomo, in questa stagione, evocherà le ombre e parlerà loro.

Ma come evocarle? Come riuscire loro graditi? Ulisse dava loro da mangiare, noi portiamo fiori: ma tutte le offerte servono solo a rivolgere i nostri pensieri verso di essi e ad avviare la conversazione. È chiaro che è il pensiero dei morti che vogliamo evocare, non il loro corpo: ed è pure chiaro che il loro pensiero dorme in noi stessi. Ciò non toglie che le feste, le corone e le tombe fiorite abbiano un senso. Dato che non possiamo pensare come vogliamo, e il corso delle nostre idee dipende anzitutto da quanto vediamo, sentiamo e tocchiamo, è del tutto ragionevole procurarsi certi spettacoli, per provocare al tempo stesso le immaginazioni che vi sono unite. Ecco in che cosa consiste il valore dei riti religiosi. Essi sono soltanto un mezzo, e non un fine. Non bisogna dunque andare a visitare i morti come tanti ascoltano la messa o dicono il rosario.

I morti non sono morti, è chiaro, dal momento che noi viviamo. I morti pensano, parlano, agiscono: possono consigliare, volere, approvare, biasimare: tutto questo è vero, ma bisogna saperlo intendere. Tutto ciò è in noi, ben vivo dentro di noi.

Allora, voi direte, dal momento che non possiamo dimenticare i morti, è inutile volerci pensare: pensare a se stessi è pensare a loro. È vero: ma accade piuttosto di rado che si pensi a se stessi, veramente e seriamente a se stessi. Quale amico della Giustizia pensa continuamente alla Giustizia che vuole? Così è pieno di senso domandarsi che cosa vogliono i morti. E, se osservate bene, se ascoltate bene, i morti vogliono vivere, vogliono vivere in voi, vogliono che la vostra vita sviluppi, arricchendolo, ciò che essi hanno voluto. Così le tombe ci rimandano alla vita, e il nostro pensiero balza lietamente oltre il prossimo inverno, fino alla primavera ventura e alle prime foglie. Guardando un ramo di lillà sul punto di perdere le foglie, vi ho scoperto alcune gemme.

 

 Da Cento e uno ragionamenti, Einaudi, Torino 1960.

      

Numero ventidue