
Numero ventuno - settembre
1997
Kahlil Gibran
LE DUE POESIE
Molti secoli fa, lungo una strada che portava ad
Atene si incontrarono due poeti, e furono molto felici di vedersi.
E uno dei due interrogò laltro, dicendo: «Cosa hai composto di recente, e come va
con la lira?».
E laltro poeta rispose e disse con orgoglio: «Ho appena terminato il mio
componimento migliore, forse lopera poetica più grande che sia mai stata scritta in
greco. È uninvocazione a Zeus Supremo».
Estrasse da sotto il mantello una pergamena, dicendo: «Ecco, guarda, lho qui con
me, e mi piacerebbe leggertela. Vieni, sediamoci allombra di quel cipresso bianco».
E il poeta lesse la sua opera. Era un poema.
E laltro poeta disse, con voce gentile: «È una grande creazione. Sopravviverà nei
secoli, e per suo mezzo sarai glorificato».
E il primo poeta disse in tono tranquillo: «Tu coshai scritto di recente?».
E laltro rispose: «Ho scritto ben poco. Solo otto versi, in ricordo di un bimbo che
giocava in un giardino». E recitò i versi.
Il primo poeta disse: «Non male, non male».
E si separarono.
E oggi, dopo duemila anni, gli otto versi di quel poeta vengono letti in tutte le lingue,
e sono amati e venerati.
E sebbene il poema dellaltro sia sopravvissuto nei secoli nelle biblioteche e nelle
celle degli studiosi e sia ricordato, non è né amato né letto.
Da Il vagabondo.
«diceva un foglio bianco come la neve
»
Diceva un foglio bianco come la neve: «Sono
stato creato puro, e voglio rimanere così per sempre. Preferirei essere bruciato e finire
in cenere che essere preda delle tenebre o venir toccato da ciò che è impuro».
Una boccetta di inchiostro sentì ciò che il foglio diceva, e rise nel suo cuore scuro,
ma non osò mai avvicinarsi. Sentirono le matite multicolori, ma anchesse non gli si
accostarono mai.
E il foglio bianco come la neve rimase puro e casto per sempre puro e casto
e vuoto.
Da Il precursore.
RUMANOUS, POETA GRECO
Era un poeta. Vedeva per i nostri occhi e udiva
per le nostre orecchie, e le nostre parole silenziose erano sulle sue labbra, e le sue
dita toccavano ciò che noi non potevamo percepire.
Dal suo cuore volavano cantando innumerevoli uccelli a settentrione e a meridione, e i
piccoli fiori del pendio sostenevano i suoi passi verso il cielo.
Spesso lho visto chinarsi a sfiorare i fili derba. E nel mio cuore lho
udito dire: «Piccole creature verdi, voi sarete con me nel mio regno, insieme alle querce
di Besan e ai cedri del Libano».
Amava tutte le cose di tenero amore, il volto schivo dei bimbi, e la mirra e
lincenso del meridione.
Amava la melagrana e amava il calice di vino che gli venisse offerto di buon animo, sia
che a porgerlo fosse uno straniero alla locanda o un ricco anfitrione.
E amava i fiori del mandorlo. Lho veduto mentre li raccoglieva tra le mani e
affondava il volto nei petali, come se volesse abbracciare del suo amore ogni albero della
terra.
Conosceva il mare e i cieli, e parlava di perle splendenti di una luce che non è di
questo mondo, e di stelle al di là della nostra notte.
Conosceva le montagne come sanno conoscerle le aquile, e le valli come le conoscono il
fiume e il torrente. E cera un deserto nel suo silenzio, e un giardino nella sua
parola.
Sì, era un poeta e il suo cuore dimorava in una grotta oltre le vette, e i canti che
innalzava per le nostre orecchie erano destinati anche a orecchie diverse, a uomini di una
terra diversa, dove la vita è giovane in eterno ed è sempre lora dellaurora.
Un tempo mi ritenevo anchio poeta, ma quando a Betania mi trovai di fronte a lui,
conobbi la miseria di possedere uno strumento a una sola corda dinanzi a lui che possedeva
larte di tutti gli strumenti. Perché nella sua voce rideva il tuono e si udivano
lacrime di pioggia, e la danza degli alberi nella gioia del vento.
E da quando so che la mia lira ha una corda sola, e che la mia voce non sa tessere le
memorie e le speranze, ho riposto la lira e mantengo il silenzio. Ma nellora del
crepuscolo tenderò sempre lorecchio, e ascolterò il poeta sovrano dei poeti.
Da Gesù figlio
dellUomo.
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