19- marzo 97

 

Numero diciannove - marzo 1997

 

A fil di penna

 

Finalmente siamo a primavera e tutta la natura fiorisce. A non conoscere stagione della fioritura, ma a sbocciare tutto l’anno sono i premi, o concorsi che dir si voglia, di poesia. Ogni giorno ne nascono di nuovi e di diversi. Proprio di questo noi vogliamo parlare. Non che siamo contrari a questo tipo di eventi, ma vogliamo riflettere un po’ insieme con voi. Basta raccogliere i bandi per un mese che se ne vedono, pardon: se ne leggono di tutti i colori.

Di per sé un concorso di poesia è una cosa meritevole perché innanzi tutto permette agli autori sconosciuti di far leggere i propri scritti, di sottoporli ad un giudizio, che spesso è anche competente. Che poi un premio serva anche a far conoscere meglio una cittadina, un paese, un determinato personaggio o una gloria locale è altrettanto degno di lode. Ma ci sono alcuni aspetti su cui forse conviene riflettere di più. Visto che sappiamo come i poeti siano molto spesso a corto di contante (e anche di altri beni) – carmina non dant panem – per questa volta ci occupiamo delle quote di partecipazione. Non crediamo (e lo sappiamo per più di un’esperienza personale) che organizzare un premio di poesia costi più di tanto. Ci sono da stampare e spedire i bandi, ci sono le comunicazioni finali della giuria da inviare (ma che riguardano di solito solo i premiati). Si devono quindi sostenere le spese tipografiche e postali. Ci sono da comperare coppe, targhe, medaglie e pergamene, anche se gli interventi degli enti pubblici e di privati spesso offrono il necessario. Ci sono anche premi in dipinti, sculture ed altre opere d’arte, di solito offerte dagli autori. Nei concorsi più ‘ricchi’ è prevista la pubblicazione dell’opera vincitrice o, molto raramente, la corresponsione di una somma in denaro; queste sono spese notevoli se il premio non è stato organizzato da una casa editrice o non intervengono patrocinatori.

Se non abbiamo considerato tutti gli aspetti economici dell’organizzazione di un concorso di poesia, beh, ne abbiamo ricordati parecchi. Da poeti squattrinati, vogliamo fare i conti della spesa, o ‘della serva’ – ma serve non siamo né abbiamo alle dipendenze collaboratrici domestiche – ci risulta che le tasse di partecipazione, o contributi di segreteria, non possono eccedere le quindici–ventimila lire. E questo nel caso in cui non sia un’amministrazione pubblica o un ente privato ad accollarsi tutte o gran parte delle spese.

Allora perché leggiamo nei bandi cifre superiori, anche di molto, veramente da capogiro, che arrivano a moltiplicare la spesa per concorrente sino a cinque–sei volte? Forse sono dovute ai luoghi scelti per la premiazione: sale prestigiose in palazzi celebri in tutto il mondo o in città estere, anche se non lontane dalla frontiera italiana? Ma tutti questi onori a cosa giovano: a far risaltare gli autori, l’organizzazione, i giurati, la cittadina, etc…? Talvolta qualche organizzatore di concorsi ci ha, a mezza voce, ‘confessato’ che in fondo il lavoro dei giurati va pagato. Ed è giusto, anzi giustissimo: l’importante è che la giuria sia composta da competenti, da addetti ai lavori che svolgono un’attività professionale inerente la natura del premio e che quindi, come professionisti, sono pagati. Ma ci, e vi, chiediamo: quanti esperti, autentici addetti ai lavori esistono? Proponiamo un calcolo: moltiplichiamo il numero dei concorsi esistenti in Italia per quello dei giurati. Otteniamo una cifra molto alta che va sicuramente superiore all’insieme degli esperti, degli studiosi, dei critici, dei poeti affermati…

Pur ammettendo che molti di loro siano presenti in più giurie, dobbiamo perciò affermare che in molti casi chi fa il giurato è un cultore della poesia, che non fa della critica letteraria la propria principale professione. E allora, se fa il critico per diletto, perché deve essere pagato per leggere opere di autori che scrivono senza essere ricompensati?

La questione è spinosa e annosa (ci si passi la rima). Dobbiamo perciò supporre che esiste, se non la professione, almeno un certo gettito di entrate per organizzatori e giurati di premi di poesia. Forse proprio per questo esistono organizzazioni che sfornano premi a ripetizione, con moltissime sezioni per ognuno e con l’invito a partecipare a più di uno?

Certo, se un autore vuol partecipare ai concorsi di poesia è bene che lo faccia, ma deve considerare tutto ciò che abbiamo detto ed aggiungere le proprie considerazioni. In fondo, paga una prestazione per essere informato del premio, per la lettura e la valutazione delle proprie opere. Ma, secondo noi, se paga una tassa di partecipazione che va al di là delle semplici spese vive sostenute dall’organizzazione, remunera anche una prestazione relativa alla lettura critica delle sue poesie e ha perciò diritto che sia fatta da esperti di sicura professionalità. È quindi necessario, a nostro parere, che nel bando dei concorsi di questo tipo siano indicati i nomi dei membri della giuria: solo così l’autore può valutare e decidere la propria partecipazione.

Inoltre, cosa che si realizza in pochissimi casi, ogni partecipante dovrebbe ricevere l’elenco finale dei premiati e, ma siamo nell’utopia, il rendiconto finanziario del premio. Stiamo esagerando, ma allora nessuno può vietarci di pensare che molti premi letterari costituiscono, nel loro insieme, una fiorente attività economica basata sul desiderio che gli autori hanno di farsi conoscere, leggere e giudicare i propri meriti. Tant’è che alcuni concorsi, dalla tassa sicuramente esosa, offrono a tutti i partecipanti un pacchetto di servizi: trofeo, pergamena, pranzo e persino presenza di personalità dello spettacolo.

In ogni caso, lo ripetiamo in conclusione, è più che naturale l’aspirazione di un autore a farsi conoscere; meglio però che tenga gli occhi aperti e non concorra ad arricchire chi, spesso, fa della poesia solo un’occasione di guadagno.

 

           

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