17- novembre 96

 

Numero diciotto - gennaio 1997

 

LA 'LETTERATURA SOTTERRANEA'

di Maria Gabriella Binda

 

La ‘letteratura sotterranea’ nacque negli anni cinquanta, in Ungheria, nelle carceri e nelle miniere per mano di perseguitati dal regime comunista. Nel carcere di Vác vennero scritti ben dodici volumi del Giardino erboso, ma di questi volumi solo i primi tre furono salvati.

Fu Tibor Tollas poeta clandestino a raccogliere i manoscritti, vergati in gran parte su carta igienica, ricavandone il testo stando rannicchiato su un pagliericcio, anche lui rinchiuso con molti compagni nel carcere di Vác. I prigionieri erano studenti, soldati, operai e vennero richiusi, a partire dal 1950–51, in celle singole, coperti di miseri cenci, qui giacevano soffrendo la fame e il gelo.

Per lunghi mesi fu loro negata la possibilitŕ di leggere libri e giornali. Allora per difendere il loro equilibrio psichico (sia dalle visioni provocate dalla fame sia dalla paura e dalla vendetta) cominciarono a scavare nella loro memoria cercando di ricordare le poesie imparate a scuola. Lentamente ci riuscirono, poi passarono alle canzoni e alle arie d’opera. Fu cosě che nel primo anno di detenzione a Vác trenta forzati impararono in francese i testi di J’attendrai e di Parlez moi d’amour.

In quel periodo di segregazione completa e di torture orribili, erano disposti a imparare tutto ed avendo esaurito le poesie ungheresi rivolsero la loro attenzione ai versi, molto limitati, in lingua straniera. Tutti i prigionieri impararono cosě a memoria il Rainy day e Those evening bells e grazie a un recluso che conosceva tre pagine del Christmas tale di Dickens, sessanta uomini cominciarono a balbettare Marly was dead. Ma questi uomini assetati di sapere impararono moltissimo l’uno dall’altro: formule chimiche, ideogrammi cinesi, ornitologia, storia della filosofia e matematica commerciale. Clandestinamente discutevano dell’Europa unita, di architettura greca e di altri argomenti.

Il 1952 e 1953 furono gli anni piů feroci del terrore, ma nonostante le frequenti e crudeli punizioni a cui venivano sottoposti nulla li piegava e ogni giorno diventavano ancora piů duri e decisi. Dal 1954 fu loro consentito di lavorare in miniera e poi in campi di lavoro forzato. In queste condizioni, piů ‘agevoli’, nacquero le prime poesie. Fu cosě che i minatori scoprirono in Tibor Tollas il poeta.

Dalla viva voce di quell’uomo, nero di polvere di carbone, poterono ascoltare e apprezzare la veritŕ e la vicinanza della poesia e della bellezza. Il piů fervente seguace e protettore di Tollas fu un minatore analfabeta, alto quasi due metri e che pesava un quintale. Egli imparava a memoria le poesie e al suo ritorno a casa le dettava ai suoi cinque figli e ne diffondeva le copie nelle osterie dei dintorni.

Nel 1955 nel carcere di Vác vi erano circa quattrocento prigionieri e, inaspettatamente, nei minuti rubati al lavoro, durante le passeggiate e la sera, nelle celle comuni, cominciň a svilupparsi una vivace vita letteraria. Col nascere della letteratura si andarono formando pubblico e critici e tutti vollero studiare, istruirsi, recuperando cosě in qualche modo gli anni perduti.

Dalle poesie raccolte, italiane, tedesche, francesi, inglesi, latine ognuno si impegnň a tradurre secondo le proprie inclinazioni; affinché le poesie fossero accessibili a tutti i prigionieri vennero raccolte e riunite in volumi. Per riuscire nel loro intento dovettero rubare carta, inchiostro, penne e tempo per scrivere, organizzando macchinose cospirazioni.

Dopo il successo ottenuto dal primo volume, ‘comparvero’ altre tre antologie poetiche per il pubblico della prigione, nelle quali furono raccolte tutte le poesie della letteratura mondiale di cui potessero disporre, possibilmente anche in testo originale.

Per vie complicatissime, come si puň ben immaginare, riuscirono a far uscire dal carcere alcuni volumi manoscritti che furono recapitati ad amici fidati e giŕ nel 1955/56 una parte di queste poesie poté figurare tra le creazioni della ‘letteratura sotterranea’ di tradizione orale.

Il Giardino erboso č scritto da poeti magiari clandestini, le poesie qui raccolte mostrano, fin dalla prima lettura, il loro valore.

 

 

 Tibor tollas racconta

Dal momento che facevamo di tutto per avere notizie, ci capitava a volte di mettere insieme brani di giornali tolti dalla spazzatura e ne imparavamo ogni singola parola, facendone poi oggetto di fantastici commenti. Ma un giorno i nostri aguzzini scoprirono questo modo di diffondere notizie e poiché mi rifiutai di rivelare i nomi degli altri propagatori, mi condussero nei sotterranei del carcere di Vác, dove si eseguivano punizioni disciplinari sui prigionieri.

Era un dicembre molto nevoso e la temperatura era molto al disotto dello zero. In cella mi levarono gli abiti lasciandomi completamente nudo, in compagnia di una secchia e se ne andarono augurandomi di crepare. Cominciai a saltellare e a ballare, per evitare di addormentarmi, perché se ciň fosse successo, affamato ed esaurito com’ero, per me sarebbe stata la fine. Qualche ora piů tardi svenni e rinvenni nell’infermeria del carcere. Da quella danza nacquero dei versi:

 

Colui che ha ballato questa danza
e ha udito, o morte, la tua fresca musica
ed il selvaggio ghigno dello sgherro
impellicciato, dietro lo spioncino,
non lo si puň chiamare piů in giudizio,
e non catene d’oro né d’acciaio
ormai potranno stringergli le mani.

 

La prima sera non mi resi conto di quello che succedeva intorno a me. Poi mi accorsi che dietro ad un paravento era celato un letto e dopo il coprifuoco vidi scendere da un altro letto una figura che pareva senza gambe che barcollando si diresse dietro un paravento. Improvvisamente si udirono suoni musicali: una tenue, penetrante voce di violino intonň una primitiva melodia, ma nessuno dei miei compagni parve accorgersi. Credetti delirassi, invece riudii quella melodia altre volte. Il liutaio che suonava era un nano storpio che si era costruito un violino con pezzi di legno e fili, il quale si accomiatava dai moribondi con la musica, finché non scoprirono il suo violino e lo ruppero. Tentň il suicidio ma riuscirono nuovamente a renderlo ‘capace di soffrire’.

 

 

MUTEREMBEN

 

Mikor leszáll az este halkan

És csak egér rág már a falban,

A menyezet, mint szürke vászon,

Fölémfeszül s a piktor á

Csillaggal hímzett pongyolába ’

Ecsetjeit az égbe mártja,

S mint vén bohém, ki éjjel éled,

Elém festi száz drága képed.

Ó, ha négy falam keret lenne,

És a képed itt élne, benne,

Összedolhetne mind, rakásra,

A Föld összes galériája!


Attila Elekes

NELLO STUDIO

 

Quando la sera cala piano piano

e solo il topo gratta la parete,

come una grigia tela, la soffitta

sopra di me si stende, e il sogno artista

con la vestaglia ricamata a stelle

intinge i suoi pennelli dentro il cielo;

come un vecchio bohémien, vive di notte

e cento volte mi ritrae il tuo viso.

Se fossero cornici, questi muri,

e il tuo sembiante vi vivesse dentro,

oh, crollassero pure tutte in mucchio

quante pinacoteche sono al mondo!


(Trad. Guglielmo Capacchi)

 


VISSZFÉNY

(Anyámnak)

 

A ház elött majd kert lessz: üldögélni

A tó partján fogsz késo délután,

S az esti fény öledre tér pihenni,

Elringva arcod szelíd mosolyan.


Attila Gérecz

RIVERBERO

(A mia madre)

 

Lŕ ci sarŕ un giardino davanti a casa, e tu

siederai sulla riva del lago, nel meriggio

e la luce serale verrŕ a posarti in grembo

cullandosi nel mite sorriso del tuo volto.

(Trad. Guglielmo Capacchi)

 

 

FUIT

 

A szomszédomnak vér csordul a száján.

Tüdobajos. Még néhány napja van,

Hogy fuldokolva öklendezzék, s aztán,

Sajnálva benne sorsukat, sokan

Majd kérdezik: «hány évet ü? – hetet?»...

Kereszt se lesz a sírhantja felett.

Hogy miért élt? ki tudna rá felelni.

Gulába hordott kövek sorsánál

Még sokkal többre úgy se vitte senki.

Családja nincs. Idosebb férfi már,

S csak ifjú vágyaktól levetkezett

Husát nyeli a gula, ko helyett...

 

Attila Gérecz

 

FUIT

 

Scorre sangue sul labbro al mio vicino.

Č tisico. Gli resta qualche giorno

per poter rantolare e, dopo, molti

che compiangono in lui la loro sorte

chiederanno: «sette anni, č stato dentro?».

Né ci sarŕ una croce sulla tomba.

Perché visse? Chi mai potrŕ rispondere?

Nessuno dalla sorte mai ottiene

piů che essere una pietra di piramide.

Non ha famiglia. Č giŕ piuttosto anziano;

non inghiotte pietre la sua piramide,

ma carne spenta ai sogni giovanili.

 

(Trad. di Guglielmo Capacchi)

 

A TÖRPE HEGEDUS

                           Manteuffel Szibillnek

 

Igy láttam: – Jött; a torz púpját cipelve,

Mint a rútságnak tömött batyúját.

Sanda szemekkel arcomat figyelte,

Hogy szánalom vagy undor járja át.

És meghökkent, – a rossz kezemre nézett,

S megérttent mindent néma perc alatt,

A csonka testtel megsérül a lélek,

a rokkantak mind összetartanak.

Tiz év elött még zengo hegeduket

Készített, s mivel fojtotta a csend,

– Csak maga útján menekül a lélek –

Faragni kezdett egyet idebent.

Hónapok teltek, arcán diadalmas

Mosoly sugárzott, csúfsága kigyúlt,

– Önásta sírban vakond is hatalmas, –

S a vonó hídján visszaszállt a múlt.

Szinte szép lett, a lángjaiból újra

Életre ébredt legendás madár.

S a csengo csendbe áhítattal súgta,

Hogy ez a dal a kedvesére vár.

Kötése alól fényképét mutatva

Kért, hogy dalához írjak szöveget.

Sose volt tán a lány, de nem kutatta,

Mert halott az, kit senkisem szeret.

Hetek múltán egy fegyor összetörte

A féltve orzött buvös hegedut.

Csak akkor látszott hirtelen mily törpe,

Ahogy az üres pillanatra dult.

Mert csak e hang volt, ami még kötötte

A süket földhöz, – vár rá valaki –

Míg fölzengtek a múltból körülötte

Halott hegeduk hívó hangjai.

És öngyilkos lett aznap este, – vézna

Karját üvegszilánkkal vágta fel.

S hogy elkötözték, ott feküdt alélva

Nyomorék teste, eldobott teher.

Másnap aludt a morfiumtól mélyen,

Sápadt arcáról eltisztult a köd.

A kedvesének játszott fent a fényben,

A karcsú testu hegeduk között...

 

Tibor Tollas

 

IL LIUTAIO NANO

                   A Sibilla Manteuffel

 

Cosě lo vidi: veniva, il peso della gobba mostruosa

quale colmo fardello della bruttezza.

Con gli occhi torti, chiedeva al mio volto

se mostrava pietŕ o soltanto orrore.

Ma trasalě – guardň la mia mano storpia,

e tutto comprese in un attimo muto:

nel corpo straziato anche l’anima č ferita

e tutti i deformi sono tanti fratelli.

Dieci anni or sono costruiva violini sonanti

e – come il silenzio gli stringeva la gola

e l’anima fugge per la via che si č scelta –

si mise qui dentro a intagliare un violino.

Passavano i mesi, un sorriso trionfante

gli splendeva sul volto, la sua bruttezza ardeva

– anche la talpa č potente nella tana che scava –

e sul ponte dell’arco risalě il passato.

Si fece quasi bello, uccello di favola

dalle fiamme a nuova vita rinato.

E sussurrň raccolto nel silenzio dei suoni

che la canzone aspettava una sua bella.

Mostrando il ritratto da sotto le bende,

mi chiese parole per la sua canzone.

Forse non fu mai quella fanciulla – ma che importa –:

č morto chi da nessuno č amato.

Ma in breve, poi, una guardia

gli fece a pezzi il magico geloso violino;

e solo allora, quando cadde in quell’istante vuoto,

vedemmo quant’era nano.

Alla sorda terra quella voce soltanto lo ancorava

– qualcuno l’aspetta –

e dal tempo passato risalivano

voci chiamanti dei violini morti.

Alla sera si uccise,

tagliando con schegge di vetro i magri polsi,

e quando lo fasciavano, giacque quel corpo

abbandonato, inutile peso.

All’indomani la morfina gli diede un sonno pesante,

la nebbia lasciň il suo pallido volto,

e suonava alla sua bella, lassů nella luce,

tra violini dall’esile corpo.

 

 

(Trad. di Paolo Santarcangeli)

 

           

Numero diciotto