11- sett95

 

Numero undici - settembre 1995

 

William Blake

NOTE SU WILLIAM BLAKE

a cura di Roberto Marchi

 

William Blake (1757–1827) è, senza dubbio, uno degli autori più significativi nel panorama della poesia inglese, un autore complesso, di autentico, e indiscutibile, valore assoluto. ‘È nel miracolo della parola – ha scritto Ungaretti – che non è facile trovare il rivale di Blake’. E Sergio Perosa lo definisce così: ‘Blake è il genio rivoluzionario del Romanticismo inglese, anche perché ne incarna gli aspetti di più accesa e convinta lotta per la libertà da ogni costrizione e paura, del tempo come del padre, della realtà politica come di quella religiosa, del conformismo e del filisteismo [...]. Si fa paladino di ogni libertà individuale e del progresso umano e sociale’. Possiamo dire che la sua opera è rivoluzionaria, perché rompe con gli schemi tradizionali, con la poesia del Settecento, neoclassica e rococò, didattica e didascalica. La differenza non è solo nell’aspetto formale (vivacità della parola, musicalità del verso), ma anche, e soprattutto, nei principi ideologici e filosofici. Blake lotta contro il razionalismo e l’empirismo settecenteschi, che si manifestano sia nella fredda visione matematica e meccanicistica del mondo, sia nel deismo, e rigetta, quindi, il mondo algido della ragione e quello fallace, illusorio, dei sensi. Si ricollega alla tradizione del contro–Rinascimento, al neoplatonismo e alla filosofia occulta, e segue il pensiero di George Berkeley. Rivaluta l’importanza dell’ispirazione e della visione, fa rivivere la figura dell’artista–veggente e, con un concetto tipicamente romantico, esalta il potere creativo dell’immaginazione, innalzata a facoltà suprema dell’uomo. E perciò il suo concetto dell’arte non può che essere sacrale–religioso. Ma la sua opera può essere considerata rivoluzionaria – e romantica – anche per altre direttrici culturali: è tra i primi a rivalutare i miti nordici (Ossian) e quelli della classicità greca e romana (Omero, Ovidio), recuperando l’interesse per il medioevo e il mondo gotico.

Alla poesia classica e neoclassica Blake contrappone quella della Bibbia; la sua poesia visionaria diventa profetica, tanto che le opere maggiori sono ‘libri profetici’, che delineano un quadro esoterico dell’esistenza fitto di simboli. Blake cerca di scrivere una ‘sua’ Bibbia moderna, basandosi più sulla forma che sul tema biblico: mito privato e mito biblico del poeta si fondono, nascono i noti aforismi contro la passività e a favore della passione e dell’azione, in una dialettica dei contrari (Bene & Male). Ne scaturisce una sorta di ‘teologia negativa’, tanto che per buona parte l’opera di Blake si configura come una specie di ‘Bibbia rovesciata’ o ‘Bibbia dell’Inferno’, in cui ‘la rivolta satanica è principio di vitalità’ e la libertà è un’esigenza primaria, irrinunciabile. La realtà ricreata è archetipa, costituita di idee eterne ed espressa in immagini di magmatica, talvolta oscura, energia.

Siamo consci che in queste poche righe non potevamo che dare un’idea della complessità dell’opera di William Blake. È certamente un autore da leggere con attenzione, forse ‘è un poeta difficile’ (Ungaretti), ma, costituisce anche, per chi ama la poesia – e l’arte, un’esperienza fondamentale, illuminante.

 

  Opere in poesia e prosa: 1783: Poetical Sketches; 1784: An Island in the Moon;
   1788: There Is no Natural Religion; All Religions Are One; 1789: Tiriel; Songs of Innocence;
   Book of Thel; 1790: Marriage of Heaven and Hell; 1791: The French Revolution; 1793:
   Visions of the Daughters of Albion; The Gates of Paradise; America, A Prophecy; 1794:
   Songs of Experience; Europe: A Prophecy; The First Book of Urizen; 1795: The Song of Los;
   The Book of Los; The Book of Ahania, 1804/8: Milton; 1808: Barry: A Poem, Book of
   Moonlight
(entrambe le opere sono andate perdute); 1810: The Everlasting Gospel; 1804/20:
   Jerusalem.

 

 

POESIE DI WILLIAM BLAKE

traduzione di Roberto Marchi (traduzioni 1995)

 

SONGS OF INNOCENCE: Introduction (1789)

Piping down the valleys wild,
Piping songs of pleasant glee,
On a cloud I saw a child,
And he laughing said to me:

‘Pipe a song about a Lamb!’
So I piped with merry chear
‘Piper, pipe that song again;’
So I piped: he wept to hear.

‘Drop thy pipe, thy happy pipe,
Sing thy songs of happy chear.’
So I sung the same again
While he wept with joy to hear.

‘Piper, sit thee down and write
In a book that all may read.’
So he vanish’d from my sight,
And I pluck’d a hollow reed,

And I made a rural pen,
And I stain’d the water clear,
And I wrote my happy songs
Every child may joy to hear.

 

(Canti dell’innocenza: Introduzione) – Suonando per valli deserte, / suonando canzoni d’allegria, / sopra una nuvola vidi un bambino, / che mi disse ridendo: // ‘Suona una canzone su un Agnello!’ / Allora suonai con allegria. / ‘Pifferaio, suona ancora;’ / Allora suonai: nell’udirla pianse. // ‘Lascia il tuo flauto, il tuo flauto lieto, / Canta le tue canzoni felici’. / Allora cantai la stessa melodia / Nell’udirla pianse di gioia. // ‘Pifferaio, siediti e scrivi / in un libro aperto a tutti.’ / Poi lui svanì dalla mia vista, / e io raccolsi una canna cava. // E io intagliai una penna rurale, / e io intorbidii l’acqua chiara, / e io scrissi le mie canzoni felici / Che ogni bambino ascolta lieto.

 

 

THE LITTLE BOY LOST (da: Songs of innocence, 1789)

‘Father, father, where are you going?
O do not walk so fast.
Speak father, speak to your little boy,
Or else I shall be lost.’

The night was dark, no father was there;
The child was wet with dew;
The mire was deep, & the child did weep,
And away the vapour flew.

 

(Il bambino perduto) – ‘Babbo, babbo, dove vai? / Oh, non camminare così veloce. / Parla, babbo, parla al tuo bambino, / O io mi perderò.’ // La notte era scura, nessun padre c’era; / Il bimbo era bagnato di rugiada; / il fango era profondo, & il bimbo pianse, / e la nebbia svanì fugace.

 

 

THE DIVINE IMAGE (da: Songs of innocence, 1789)

To Mercy Pity Peace and Love
All pray in their distress,
And to these virtues of delight
Return their thankfulness.

For Mercy Pity Peace and Love
Is God our father dear,
And Mercy Pity Peace and Love
Is Man his child and care.

For Mercy has a human heart,
Pity, a human face,
And Love, the human form divine,
And Peace, the human dress.

Than every man of every clime
That prays in his distress,
Prays to the human form divine,
Love Mercy Pity Peace.

And all must love the human form
In heathen, turk or jew.
Where Mercy Love & Pity dwell
There God is dwelling too.

 

(L’immagine divina) – Grazia Pietà Pace e Amore / tutti invocano nel dolore, / e a queste virtù di gioia / è ricompensa la loro gratitudine. // Poiché Grazia Pietà Pace e Amore / è Dio il nostro Padre caro, / e Grazia Pietà Pace e Amore / l’Uomo è Suo figlio e Sua cura. // Poiché la Grazia ha un cuore umano, / la Pietà, un volto umano, / e l’Amore, l’umana forma divina, / e la Pace, l’aspetto umano. // Perciò ogni uomo d’ogni luogo / che prega nel dolore / prega l’umana forma divina, / Amore Grazia Pietà Pace. // E tutti devono amare la forma umana / nel pagano, nel turco o nell’ebreo. / Dove abitano Grazia Amore & Pietà / lì abita anche Dio.

 

 

THE TYGER (da: Songs of experience, 1794)

Tyger, Tyger, burning bright
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Could frame the fearful symmetry?

In what distant deeps or skies
Burnt the fire of thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand dare sieze the fire?

And what shoulder, & what art,
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat,
What dread hand? & what dread feet?

What the hammer? what the chain,
In what furnace was thy brain?
What the anvil? what dread grasp
dare its deadly terrors clasp?

When the stars threw down their spears
And water’d heaven with their tears.
Did he smile his work to see?
Did he who made the Lamb make thee?

Tyger, Tyger, burning bright
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Dare frame thy fearful symmetry?

 

(La tigre) – Tigre, Tigre, fiamma iridescente / nelle foreste della notte, / quale immortale occhio o mano / ha potuto forgiare la tua paurosa perfezione? // In quali abissi o cieli lontani / bruciò il fuoco dei tuoi occhi? / Su quali ali osa levarsi? / Quale mano osa afferrare il fuoco? // E quale braccio, & quale arte, / poté piegare i nervi del tuo cuore? / E quando il tuo cuore cominciò a battere, / quale orribile mano e quali orribili piedi? // Quale il martello? quale la catena, / in quale fornace scaturì il tuo cervello? / Quale l’incudine? quale orribile stretta / osò stringere i suoi funesti terrori? // Quando le stelle scagliarono le loro lance / e bagnarono di lacrime il cielo, / lui sorrise vedendo il suo lavoro? / Chi creò l’Agnello creò anche te? // Tigre, Tigre, fiamma iridescente / nelle foreste della notte, / quale immortale occhio o mano / ha osato forgiare la tua paurosa perfezione?

 

 

NEVER SEEK TO TELL THY LOVE... (da: Manoscritto Rossetti, 1793)

Never seek to tell thy love
Love that never told can be;
For the gentle wind does move
Silently, invisibly.

I told my love, I told my love,
I told her all my heart;
Trembling, cold, in ghastly fears–
Ah, she doth depart.

Soon as she was gone from me
A traveller came by;
Silently, invisibly–
O, was no deny.

 

(Non cercare mai di dichiarare il tuo amore...) – Non cercare mai di dichiarare il tuo amore / amore che non si può mai dichiarare; / perché il vento gentile soffia / silente, invisibile. // Ho dichiarato il mio amore, ho dichiarato il mio amore, / le ho svelato tutto il mio cuore; / tremante, raggelato, con paure indicibili – / ah, lei se ne andò. // Appena mi lasciò / un viandante passò di lì; / silente, invisibile – / oh, non ci fu rifiuto.

 

 

I FEAR’D THE FURY OF MY WIND... (da: Manoscritto Rossetti, 1793)

I fear’d the fury of my wind
Would blight all blossoms fair & true,
And my sun it shin’d & shin’d,
And my wind it never blew.

But a blossom fair or true
Was not found on any tree,
For all blossoms grew & grew
Fruitless false, tho’ fair to see.

 

(Temevo che la furia del mio vento...) – Temevo che la furia del mio vento / sfiorisse tutti i fiori veri e belli, / e il sole è brillato & brillato, / e il mio vento non è mai soffiato. // Ma un fiore vero o bello / non fu mai trovato su un ramo / perché tutti i fiori crebbero & crebbero / aridi e falsi, ma belli da vedere.

  Il testo inglese è tratto da: Max Plowman, ‘Poems and Prophecies’, Everyman’s Library, 1927.

 

           

Numero undici